Le inchieste
Belpaese dei tombaroli
Piccoli tombaroli, abili trafficanti e direttori di musei esteri. Il traffico di antichi oggetti d'arte muove un business da 165 milioni di euro l’anno.

Sicilia, 211 a.C., romani e cartaginesi sono in lotta. A pochi chilometri da Enna, la città greca di Morgantina osa opporsi a Roma e si allea con Cartagine. La rappresaglia è durissima. Eupolemo, un abitante del luogo, sente la fine vicina. Raccoglie l'argenteria di famiglia e la mette al sicuro in un buco sotto il pavimento di casa, sperando di poterla recuperare quando l'assedio sarà terminato. La casa invece viene incendiata.
Il tesoro si salverà dai romani ma non dai metal detector dei moderni predatori, i tombaroli. Tanto che nel 1997, nel corso degli scavi ufficiali, l'archeologo Malcolm Bell, docente all'università della Virginia, trova solo due monete: una di bronzo e una da 100 lire datata 1978. Qualcuno è arrivato prima di lui. Ma che cosa è stato preso e dove è finito il tesoro di cui le voci di paese narrano da anni?

I beni rimpatriati
Gli argenti di Morgantina fanno parte di quell'immenso tesoro che ancora oggi viene trafugato da musei, biblioteche, archivi, tombe e città sepolte. Da Nord a Sud dello Stivale, senza eccezioni. Solo nel 2009 il nucleo Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale ha recuperato oltre 55mila e 500 reperti archeologici e poco più di 19mila tra libri antichi, oggetti sacri, dipinti e sculture, per un valore di oltre 165 milioni di euro, denunciando 1.264 persone per reati come scavo clandestino, ricettazione o contraffazione di opere d'arte; 32 le rogatorie internazionali avviate, che hanno consentito il rimpatrio di oltre 8.400 manufatti.

Un business senza frontiere, con acquirenti in tutto il mondo. Gli argenti del nostro Eupolemo (16 tra coppe, tazze e brocche) erano finiti al Metropolitan Museum di New York che nel 1981 li aveva acquistati sul mercato clandestino per due milioni e 700mila dollari da Robert Hecht, un commerciante americano ancora oggi imputato a Roma per aver rubato migliaia di reperti in tutta Italia. Nel catalogo del Metropolitan era scritto solo che le suppellettili provenivano dall'Italia meridionale. I tombaroli siciliani li avevano venduti per 110 milioni di lire a un intermediario di Lugano che, a sua volta, li aveva rivenduti a Hecht. Ora gli argenti di Morgantina stanno per tornare a casa, in Sicilia: fino al 23 maggio sono esposti a Palazzo Massimo a Roma e, dal 4 giugno, al Museo archeologico Salinas di Palermo, che riaprirà i battenti, dopo lunghi lavori di restauro, proprio per questo evento.

Quello di Morgantina non è l'unico rimpatrio di opere d'arte "in esilio". Al Salinas sarà possibile vedere, per la prima volta, la "Phiale aurea" di Caltavuturo, piatto votivo in oro trafugato vicino a Palermo nel 1980 durante i lavori alla rete elettrica, passato per Ginevra e finito nella casa del
miliardario americano Michel Steinhardt. Sono inoltre già in bella mostra nel museo di Morgantina le dee Demetra e Kore: erano al Paul Getty Museum di Los Angeles, dopo essere transitate da Londra. Sempre da Los Angeles arriverà, nel 2011, la Venere di Morgantina.
Alta 2 metri e 20, era stata spezzata in tre parti dai tombaroli per portarla in Svizzera. Lì era stata acquistata dall'antiquario Robin Symes nel 1988 e venduta per ben 18 milioni di dollari
alla fondazione Getty. La Regione Sicilia ha stanziato 1,7 milioni di euro per riaccoglierla. Verrà probabilmente esposta nella chiesa di San Domenico di Aidone, il paese in provincia di Enna nel cui territorio sorgeva l'antica Morgantina. Peccato che per arrivarci si debbano fare tornanti così stretti da rende difficoltoso il passaggio dei pullman. Ma il Comune non sembra preoccupato e attende l'arrivo di 700mila turisti l'anno per ammirare la sua Venere.

I trafficanti d'alto bordo
Dal 1995 a Roma c'è un pool di cinque magistrati che indaga sul traffico di beni artistici. A coordinarli, fino a marzo, il pubblico ministero Paolo Ferri: da solo ha inquisito 2.500 persone. "La vera svolta nelle indagini c'è stata quando abbiamo deciso di perseguire gli acquirenti esteri -racconta-. Oggi i musei non acquistano più dai tombaroli: abbiamo ristretto lo spazio di manovra dei trafficanti".
Sui processi, però, incombe sempre lo spettro della prescrizione. "È molto difficile accertare la data di uno scavo clandestino e alla fine sono poche le persone che vengono condannate -spiega Paolo Ferri-. I reati legati al patrimonio culturale dovrebbero diventare non prescrivibili". Ma come farsi restituire le opere esposte nei musei stranieri? I ministri dei Beni culturali, in particolare Francesco Rutelli e Sandro Bondi, hanno avviato trattative con i musei
incriminati.
A volte per dimostrare che un reperto è stato trafugato in Italia, è necessario mettere insieme un vero e proprio puzzle, le cui tessere possono trovarsi ovunque. Ne sa qualcosa Maurizio Pellegrini, archeologo e perito incaricato dal pm Ferri di analizzare gli oltre 4mila reperti e le migliaia di foto sequestrate a Ginevra nel magazzino di Giacomo Medici, trafficante condannato in primo e secondo grado a 10 anni di reclusione (l'unico a subire finora una condanna così pesante, ma anche per lui arriverà forse la prescrizione). Da alcune sfuocate polaroid, Pellegrini è riuscito a capire che si trovava di fronte a tre diverse statue raffiguranti Menadi e Sileni, anche se nelle foto i frammenti dei gruppi scultorei erano mischiati. "Abbiamo poi fatto una ricerca sui cataloghi dei musei di mezzo mondo e alla fine le abbiamo trovate: una, dopo essere  passata da tre diverse collezioni private, era finita al Getty che l'ha restituita all'Italia, le altre due al Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen, che però continua a negarne l'origine".
Il Ny Carlsberg, non a caso, è in cima alla "black list" dei musei che in passato hanno fatto acquisti di dubbia provenienza. "È quello che più di tutti si rifiuta di collaborare -dice Stefano Alessandrini, responsabile dell'associazione Gruppi archeologici volontari e consulente dell'Avvocatura di Stato, l'ente che per conto del ministero dei Beni culturali segue le trattative
con i musei stranieri-. Seguono Getty, Metropolitan, il museo di Cleveland e il Fine Arts Museum di Boston".

Il riciclaggio dei reperti "sporchi"
I mercanti d'arte hanno molta fantasia. Per dare una parvenza di legalità alla loro "merce" sperimentano diversi trucchi, come quello di affidare a una casa d'aste l'oggetto rubato. Per recuperarlo si presentano all'asta con il nome di una società fittizia e lo ricomprano. In questo modo possono mostrare un certificato d'acquisto originale e ne escono puliti. Un tranello
in cui sono cascate case d'aste del calibro di Sotheby's. "Oppure si ‘creano' collezioni ad hoc -aggiunge Tsao Cevoli, presidente dell'Associazione nazionale archeologi-, sostenendo però che risalgono all'800, quando chiunque poteva collezionare opere antiche". È del 1909, infatti, la legge (n. 364) che proibisce gli scavi e stabilisce che tutto ciò che si trova nel sottosuolo è di proprietà dello Stato italiano. "Basta sostenere di aver ereditato il reperto per non essere perseguiti, ed eventualmente spetta agli inquirenti dimostrare che proviene da uno scavo successivo a quella data", aggiunge Cevoli. Facile da immaginare, una delle nuove frontiere del mercato è internet: sempre nel 2009, i Carabinieri hanno sequestrato oltre 28mila oggetti. "Si tratta di piccoli reperti, soprattutto di monete -spiega il colonnello Luigi Cortellessa,
vicecomandante dei Carabinieri dell'arte-. Chi li mette in vendita non è un trafficante incallito, spera solo di ricavare qualche centinaio di euro. Il commercio dei beni più preziosi invece segue vie più difficili da rintracciare". Nel marzo del 2009 la Guardia di finanza ha arrestato quattro persone e recuperato un rilievo marmoreo del dio Mitra: pesava circa 15 quintali ed era stato prelevato da una tomba nel Parco di Veio (Roma). Il dio Mitra era stato venduto per 200mila euro a un intermediario negli Emirati Arabi, destinazione Giappone.
C'è poi chi fa tutto in famiglia. I Carabinieri e l'Fbi hanno recuperato nel settembre scorso oltre mille libri e pergamene di diverse epoche (le più antiche risalenti al XII secolo). Erano custodite nella casa di John Sisto, antiquario di Berwyn (Illinois, Stati Uniti) di origine italiana. Suo padre, nel leccese, ha rubato per anni volumi e documenti antichi dagli archivi diocesani pugliesi. "Su molti testi erano riconoscibili i timbri delle biblioteche -dice il colonnello Cortellessa-. Abbiamo trovato anche lettere in cui il padre rendicontava i furti".
Un museo chiuso in un magazzino L'Italia è un museo a cielo aperto, ma ci vorrebbero più fondi
per tutelarlo. "Purtroppo non abbiamo le risorse per pagare un numero sufficiente di archeologi" ammette Maurizio Pellegrini. E così per molti oggetti il destino è segnato. "Non sempre si riesce a risalire al luogo dello scavo e quindi perdono gran parte del loro valore storico -dice l'esperto-: il danno al nostro patrimonio è immenso".
Secondo Eurispes, nel 2010 lo Stato ha diminuito le risorse assegnate al Ministero per i Beni culturali, da 1.416 a 1.358 milioni di euro: un taglio del 4,2 per cento, più pesante (-14,7%) proprio alla voce "tutela dei beni archeologici".

TESTO DI Antonella Lombardi e Dario Paladini

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