Lo scheletro di un capannone di periferia. L'unico corridoio ancora coperto brulica di umanità. Tra le macerie e i rifiuti, tende e baracche di cartone e plastica ospitano una quindicina di famiglie. Nel campo ci sono solo i più piccoli, gli altri sono a scuola. Corrono incontro ad Assunta Vincenti e Maria Luisa Amendola, mamme del quartiere Feltre, periferia Nord di Milano: "Ogni domenica li portiamo a fare la doccia presso una società sportiva, così il lunedì vanno in aula puliti".
Mandare a scuola i figli non è semplice per i rom dei campi abusivi. Non c'è acqua, il fumo di legna impregna vestiti e pelle. Chi non ha la residenza paga la quota massima per la mensa e non ha diritto a sostegni. Ma soprattutto c'è la precarietà: ogni mattina puoi svegliarti con la polizia che ti spiana la baracca. Eppure, "il giorno dopo i genitori ti chiamano per sapere dove possono iscriverli", dice Elisa Giunipero, volontaria della Comunità di Sant'Egidio. Secondo i dati forniti da Prefettura e Provveditorato, su 900 minorenni censiti a Milano nel 2008, 574 sarebbero regolarmente iscritti alle scuole dell'obbligo.
Alina Uc Bucuk, 35 anni, fino al 19 novembre scorso viveva nell'ex palazzina Enel di via Rubattino, insieme ad altri 250 rom: 36 i bambini inseriti nelle scuole del quartiere Feltre. Quella mattina sono stati sgomberati e, da allora, Alina è stata cacciata dalle forze dell'ordine nove volte: "I miei figli non hanno saltato un giorno. Andavo su e giù per la città: tram, metro, pioggia e neve, con quattro bambini. Un incubo, non farmelo ricordare". Ora è tornata in zona e si è sistemata in questo capannone. Non tutti però hanno avuto la sua costanza: tra i banchi, sono rimasti appena 15 bambini rom.
"Volevo tornare in Romania, anche se laggiù non ho più nulla", dice Alina. Qui in Italia, suo marito lavorava in nero come manovale, pagato un terzo degli italiani: c'è un listino "etnico" per i salari, e i rom sono in fondo alla lista. Ora non trova più nulla: "Sono stati i miei amici a darmi il coraggio di restare e i miei bambini, che si sentono italiani. Voglio una casa: non sono mica nomade -ride-. E voglio lavorare. Scrivi: signore e signori, voi che avete un tetto sulla testa, voi non sapete cosa vuol dire vivere per strada. Date una possibilità alle persone serie di avere un futuro per i loro bambini e il rispetto di sé, non una vita di cui vergognarsi come la mia che devo chiedere l'elemosina".
Quelli che Alina chiama "i miei amici" sono, tra gli altri, le maestre e le mamme di via Feltre. "Dei rom avevo una valanga di ignoranza e pregiudizi -ammette Flaviana Robbiati, insegnante elementare-. Un giorno ho dato un passaggio al papà di un alunno rom, abbiamo iniziato a parlare e mi ha invitata al campo, per un battesimo. Ho scoperto delle persone solari, aperte. Quando il vicesindaco De Corato ha annunciato lo sgombero, ho pensato che non si potevano perdere 36 alunni così. Abbiamo lanciato una petizione per garantire il diritto allo studio ai bambini e il diritto a una casa e a un lavoro ai genitori".
Per i mass media è una bomba: per la prima volta la gente si schiera con -e non contro- i rom. Le maestre scrivono una lettera ai loro alunni: "Vi insegneremo centomila parole, perché nessuno possa più cercare di annientare chi come voi non ha voce". In 24 ore si organizza una fiaccolata: "Abbiamo dovuto spiegare ai rom che la gente stava dalla loro parte e che non voleva dar fuoco alle baracche", ricorda Stefano Pasta della Comunità di Sant'Egidio. "Il giorno dello sgombero eravamo lì con loro -spiega Flaviana-: abbiamo portato i bimbi a scuola, ospitato le famiglie. Siamo riusciti a contagiare anche chi i rom li detestava".
Silvia Borsani insegna nella scuola di via Guicciardi e non riesce a togliersi dalla testa Romeo, prima elementare, che un giovedì mattina l'ha trascina in corridoio gridando: "Sgombero, polizia!". Da lì in poi, ha subito uno sgombero ogni 15 giorni. "Con quei soldi avrebbero potuto sistemare chissà quante famiglie. Li ho ritrovati in un sotterraneo: una miseria indescrivibile. Eppure i letti erano rifatti, la sorella di Romeo lavava i piatti. Il primo marzo li hanno cacciati anche da lì, sotto la neve".
Per il Comune queste persone, colpevoli di "occupazione abusiva", non hanno nemmeno il diritto di essere aiutate. Per fortuna, non tutti la pensano così. Il Gas Feltre, il gruppo di acquisto solidale della zona, insieme a Intergas Milano, sta distribuendo 7mila bottiglie di vino messe a disposizione da un produttore toscano per finanziare borse lavoro (per informazioni: www.gasmilano.org). "In questo modo tre rom, due uomini e una donna, hanno ottenuto dei contratti a progetto in un agriturismo e in una cooperativa di restauri", racconta Francesca Federici, una delle promotrici. Ci sono poi altre iniziative, come le merende fuori da scuola, il laboratorio di teatro e il corso d'italiano per le mamme. Un'occasione di speranza, condivisa anche da Assunta e Maria Luisa: "Oggi i figli di Alina entrano nelle nostre case, e così insegniamo ai nostri figli che sono l'accoglienza e la conoscenza reciproca a darci sicurezza e arricchimento. La civiltà o è per tutti, o non è".
TESTO DI SANDRA CANGEMI























