Le inchieste
Il derby degli zingari
Altro che Milan e Inter. A Milano se lo disputano Lega e Pdl a suon di sgomberi. Un gioco che costa alle casse del comune oltre 5 milioni di euro

Altro che Milan e Inter. A Milano il derby lo stanno disputando Lega Nord e Pdl, compagni di squadra nella giunta guidata da Letizia Moratti. A centro campo, al posto della palla, la questione rom. Nel 2011 i milanesi andranno alle urne per scegliere il nuovo sindaco. Vincerà chi si mostrerà più duro. E la partita è entrata nel vivo. Da gennaio a fine aprile il vicesindaco, Riccardo De Corato (ex Allenza nazionale), ha già ordinato 75 sgomberi di campi abusivi, quanti ne sono stati eseguiti nel 2009. Nel 2008 erano stati appena 40, 60 l'anno precedente. In tutto 250, in tre anni e mezzo.
Al leghista Stefano Bolognini, assessore provinciale alla Sicurezza, però non bastano. Seguìto da telecamere e giornalisti, visita i campi rom per chiederne la rimozione e ne approfitta per attaccare la giunta Moratti: "La colpa è del vicesindaco, ci vuole un giro di vite". Per tutta risposta, ad ogni intervento delle ruspe, fa seguito un comunicato stampa di De Corato (da inizio anno, ne abbiamo ricevuti oltre un centinaio), in cui si annuncia il trionfo della legalità. Una campagna elettorale continua.

Eppure gli sgomberi costano: richiedono l'impiego di vigili urbani, poliziotti, carabinieri e del personale dell'Amsa per lo smaltimento dei rifiuti. E non risolvono il problema: perché, per ogni baraccopoli rasa al suolo, ne sorgono altre, in zone della città sempre più nascoste. A Palazzo Marino, i consiglieri Patrizia Quartieri (Rifondazione comunista) e Giuseppe Landonio (Gruppo misto) hanno presentato un'interrogazione in cui chiedono al Sindaco il "conto" di questi interventi. Era febbraio e ancora non hanno ricevuto risposta. Anche noi abbiamo chiesto informazioni a riguardo, sia al vicesindaco sia al prefetto, Gian Valerio Lombardi, che il Governo ha nominato nel maggio 2008 "commissario straordinario per l'emergenza nomadi" (insieme ai prefetti di Roma e Napoli) sull'onda dello scalpore suscitato dallo stupro e omicidio di Patrizia Reggiani, commesso nella capitale da due rom. È lui che autorizza gli sgomberi su richiesta dei Comuni. Ancora silenzio, per questo abbiamo provato a calcolare noi i costi di questa politica.

In un comunicato del 14 giugno 2009, De Corato scrive che "per le operazioni di bonifica e pulizia dei rifiuti effettuate da Amsa in 27 insediamenti sono stati spesi ben 452.788 euro". Poco meno di 17mila euro per sgombero. Moltiplicati per i 250 effettuati finora, si arriva a 4 milioni e 250mila euro. Bisogna poi considerare il costo delle forze dell'ordine: un vigile urbano, ad esempio, costa 95 euro lorde al giorno. Se per ogni operazione ipotizziamo l'impiego di 25 vigili, al nostro conto dobbiamo aggiungere 593.750 euro. Lo stesso per l'intervento di carabinieri e poliziotti.
Si tratta di stime al ribasso, ma il risultato finale fa pensare: 5 milioni e 437mila euro. Più del doppio di quanto il Comune di Milano ha stanziato per l'integrazione sociale e lavorativa dei nomadi tra il 2006 e il 2009: 2 milioni e 535mila euro, unico dato certo fornito dall'assessore ai Servizi sociali in Consiglio comunale il 19 aprile scorso. Spendiamo più soldi per abbattere le baracche che per aiutare i rom a trovare casa.

Le strategie, tra sicurezza ed Expo
Il prefetto Lombardi, in qualità di commissario straordinario, in due anni esatti ha fatto due cose: il censimento di quanti rom e sinti vivono a Milano (2.128, così suddivisi: 797 negli insediamenti abusivi e 1.331 in quelli regolari) e la scrittura del regolamento che si deve osservare nei campi comunali. Nel frattempo, nell'agosto 2009, il ministero dell'Interno ha stanziato 13 milioni e 115mila euro per fronteggiare l'"emergenza rom" a Milano. Un bel gruzzolo, che Comune e Prefettura stanno spendendo soprattutto per la sicurezza. Solo 4 milioni, infatti, sono stati destinati a progetti di inserimento lavorativo e abitativo. I 9 milioni rimasti serviranno, ad esempio, per la posa dei "dissuasori mobili" in via Cusago, periferia Sud-Ovest di Milano (400mila euro), l'installazione delle venti telecamere wireless che controlleranno gli ingressi di quattro campi (479mila euro), e per ristrutturare l'insediamento di via Idro, che diventerà un'area di sosta temporanea (4milioni e mezzo). Provvedimento, quest'ultimo, che sta suscitando le ire degli abitanti della zona, preoccupati che la "sosta temporanea" si trasformi presto in definitiva.

Ma i minuti passano, e ormai siamo nel secondo tempo: ci si gioca il tutto per tutto. Il piano nomadi del Comune prevede entro un anno la chiusura di 9 campi regolari sui 12 esistenti. Una decisione che riguarda poco più di mille persone, alcune delle quali vivono in questi campi da oltre quarant'anni. Quello di via Negrotto è nato nel 1967, quello di via Bonfadini nel 1984, via Novara nel 2001. I primi a dover sloggiare sono gli ultimi arrivati: i 600 rom ospitati dal 2007 nei quattro insediamenti fra via Triboniano e via Barzaghi, zona cimitero Maggiore.  A febbraio hanno ricevuto una lettera dal Comune che intima loro di andarsene entro il 30 giugno. In quell'area dovrà passare un raccordo tra le diverse autostrade, in vista di Expo 2015.

Amarezze e proposte del Terzo settore
Mentre Lega e Pdl si contendono il risultato, dalle tribune assistono impotenti le realtà del Terzo settore: in particolare Casa della Carità, Caritas Ambrosiana e Padri Somaschi che, dal 2008, hanno in gestione i campi rom. È a loro che il Comune avrebbe voluto affidare i 4 milioni di euro destinati ai progetti sociali: un buon modo -pensava Palazzo Marino- per superare l'empasse. Ma gli enti del Terzo settore si sono rifiutati: è la pubblica amministrazione che deve assumersi la responsabilità di chiudere i campi e, in alternativa, offrire delle soluzioni. Il volontariato sarà poi disponibile a fornire aiuto e competenza. In linea di principio, infatti, le associazioni non sono contrarie alla chiusura dei campi. "Purtroppo sia via Triboniano che via Idro sono diventati dei ghetti", ammette don Massimo Mapelli, vicepresidente della Casa della Carità. In via Triboniano don Massimo e i suoi operatori sono riusciti a far andare a scuola i bambini, ma non c'è stato nulla da fare per per 40 adolescenti in cerca di un tirocinio in azienda, al termine del loro percorso di formazione professionale: non è stata trovata una sola impresa disposta ad accoglierli. "Nemmeno le aziende municipalizzate -sottolinea don Massimo-. Un fallimento per noi e una grande delusione per questi ragazzi".

I due campi di via Novara sono stati costruiti dalla Protezione civile nel 2001. Erano provvisori, durata massima 5 anni. "E si vede -dice suor Claudia Biondi, responsabile dei progetti per i rom di Caritas Ambrosiana-. Ora i container cadono a pezzi. Chi ci abita proveniva da baraccopoli e, a quel tempo, sembrava già un passo avanti". I bambini di via Novara frequentano la scuola, un gruppo di donne lavora in una bottega di taglio e cucito, mentre la maggior parte dei capifamiglia ha un lavoro più o meno regolare. Però, fatta eccezione per due famiglie che hanno trovato un appartamento in affitto, le altre sono ancora tutte lì.
Per rompere l'isolamento, occorre un gioco di squadra: per questo il "Tavolo Rom", a cui aderiscono dodici tra associazioni ed enti (Acli, Arci, Caritas Ambrosiana, Casa della Carità, Cgil, Padri Somaschi e Comunità di Sant'Egidio, per citarne solo alcuni), propone di istituire un'"Agenzia di accompagnamento" a cui affidare quei 4 milioni di euro. A guidarla, sarebbe il Comune di Milano. Dovrebbe aiutare rom e sinti a trovare una casa (offrendo le garanzie ai proprietari) e un lavoro, con accordi con le imprese. Ma ci vogliono tempo e volontà politica, che ora mancano, come ricorda l'assessore ai Servizi sociali Mariolina Moioli (Pdl): "Confermiamo l'impegno di chiudere i campi entro un anno". I rom, in qualche modo, devono sparire. Del resto, il capogruppo della Lega Nord in Consiglio comunale, Matteo Salvini, l'ha dichiarato a tivù e giornali: "Nella prossima giunta, l'assessorato ai Servizi sociali sarà nostro". La partita continua.

Sulla pelle della povera gente
In campo, restano morti e feriti. Ogni primo novembre la Comunità di Sant'Egidio ricorda con una veglia di preghiera i rom che muoiono "in modo violento" nelle baraccopoli.   Dal 1995 a oggi, se ne contano 18 a Milano e provincia, metà dei quali erano minorenni. Sabina, Nelson, Arman, Monica, Costantin, Cristian, Marian e Emil sono morti nelle loro "case". Colpa di stufe a legna e candele che le hanno trasformate in pochi secondi in un rogo. Elèna è annegata in una roggia. Ajsa è stata travolta da un'auto ai margini della Tangenziale che scorre accanto alla sua baracca, mentre altri quattro rom sono stati investiti da un treno a Sesto San Giovanni: stavano cercando materiale di recupero per costruirsi un riparo. Ci sono poi due neonate decedute per il freddo, e sempre il freddo è la causa dell'incidente capitato a Saban, rimasta incastrata in un cassonetto per la raccolta degli indumenti usati. Infine, Monica uccisa dal marito. "Sono vittime innocenti del degrado -spiega Elisabetta Cimoli, di Sant'Egidio-. Gli sgomberi non fanno altro che peggiorare la situazione: le persone cercano rifugio in zone sempre più pericolose, e di conseguenza i rischi aumentano".

TESTO DI DARIO PALADINI

Blog
Rubriche