L'agente di polizia penitenziaria, una donna di mezza età, non usa giri di parole mentre percorre il corridoio buio all'ingresso: "Solo chi vive qui dentro sa quello che succede. Chi è fuori non può immaginarlo".
Il "qui dentro" è l'Ospedale psichiatrico giudiziario di Napoli che, dal 2008, si trova in una sezione del carcere civile di Secondigliano. Prima i suoi 130 internati erano reclusi nel vecchio Opg di Sant'Eframo, ex convento del centro storico, talmente fatiscente che il ministero della Giustizia ha preferito trasferirli in un carcere, anche se non si tratta di detenuti qualsiasi ma di malati mentali.
L'associazione Antigone ha denunciato più volte le condizioni in cui vivono gli internati: celle sporche, persone legate ai letti e carenza di personale. Nonostante l'autorizzazione del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, la nostra visita si è limitata all'ufficio del direttore, Stefano Martone: "Non si possono visitare i reparti, occorre una richiesta specifica -precisa con voce ferma e gentile-: l'autorizzazione è solo per intervistarmi".
Dalle parole del direttore, però, esce un quadro da girone dantesco. "Per il 40 per cento degli internati -racconta- è cessata la pericolosità sociale, ma non è possibile liberarli perché non ci sono comunità esterne in grado di accoglierli e curarli". Non sapendo dove mandarli, i magistrati di sorveglianza non possono fare altro che prorogare la loro permanenza nell'Opg. E nelle celle si vive sempre stretti: la struttura è infatti abilitata ad accogliere 100 posti letto, al massimo 120. Non uno di più.
A detenere il record delle proroghe, ci spiega il direttore, è Antonio: ben 28. Anche quelle collezionate da Francesco quasi non si contano più e da dieci anni vede rinviato il giorno della sua libertà. Di proroga in proroga, pure Carmelo è dentro da tre anni. Il motivo? Aver tentato di rubare un portafoglio vuoto. C'è poi chi ha problemi di salute. I casi più gravi sono quelli di Valerio, che ha contratto il virus dell'Hiv, e di Gennaro, immobilizzato da un'arteriopatia diabetica a un piede che rischia di andare in cancrena.
Gli internati di Secondigliano passano le loro giornate con le mani in mano. L'unica attività rieducativa permessa è il giardinaggio, ma solo quattro persone possono prendervi parte. Gli psichiatri sono appena cinque, con un monte ore di servizio limitato, tanto che ogni paziente ha a disposizione il medico per meno di 120 minuti al mese. Senza contare che il sabato pomeriggio e nei giorni festivi è di turno solo la guardia medica.
Ma ad allarmare l'associazione Antigone, che ha visitato la struttura lo scorso novembre, è l'esistenza di stanze di contenzione. "Uno dei casi che più ci ha turbato -racconta Dario Stefano Dell'Aquila, presidente della sezione campana- è quello di un ragazzo immigrato di appena 21 anni, che si trovava seminudo (con solo gli slip e un pullover) in una cella ‘liscia', sporca di escrementi e con la porta blindata chiusa".
Secondo il direttore dell'Opg quella cella è stata dismessa e ora il suo posto è occupato dalla palestra. Ma i casi di coercizione, in passato, ci sono stati. "Siamo passati dai 31 del 2008 ai 9 dello scorso anno -ammette-. Dall'inizio del 2010, però, non si sono verificati altri casi".
A condurre una battaglia contro questa situazione di degrado c'è anche Francesco Maranta, autore nel 2005 di "Vito, il recluso", un libro in cui narra la vicenda di Vito De Rosa, detenuto per 51 anni al Sant'Eframo: "Lo Stato spende per curarli solo 1,69 euro al giorno e in quarant'anni non è davvero cambiato nulla".
TESTO DI GIUSEPPE MANZO
Per saperne di più sulla situazione degli Opg leggi "Ergastolo bianco" e "I draghi di Montelupo".











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