Le inchieste
L'ergastolo bianco
Nemmeno la legge Basaglia è riuscita a chiuderli. Così nei manicomi criminali oggi vivono 1.500 persone. Ma una su quattro avrebbe il diritto di uscire.

"La pazzia non esiste, non ci sono matti qui. Quello che hanno fatto, lo hanno fatto in un momento. È stato solo un momento". Massimo parla così velocemente da mangiarsi le parole. Per incontrarlo bisogna attraversare cinque cancelli, quelli dell'Ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) di Reggio Emilia: la sua casa da diciotto anni. 

È da poco passata l'una del pomeriggio, ma solo una parte dei 286 internati lascia i reparti per trascorrere qualche ora nell'area trattamentale: un intero piano con le pareti tinteggiate di azzurro e violetto, con un nome poetico, "Cassiopea". Qualcuno fa ginnastica, altri indossano calzoncini corti, pronti per una partita a calcetto in palestra. Età indefinibile e un lungo pizzetto poco curato, Wu se ne sta appoggiato al muro, in silenzio, con lo sguardo perso. Persone diverse, accomunate dalla malattia mentale e dal fatto di aver commesso un reato. 

Trentadue anni dopo la riforma voluta da Franco Basaglia, non tutti i manicomi hanno chiuso i battenti. In Italia ce ne sono ancora sei, ospitano circa 1.500 persone rinchiuse per ordine della magistratura. Malgrado il Decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 1° aprile 2008 ne disponga la chiusura, la loro fine sembra ancora lontana. Ma non è tutto: ben 413 reclusi (399 uomini e 14 donne) potrebbero uscirne, se ci fossero strutture in grado di accoglierli. Ed è proprio qui che i buoni propositi trovano la prima strettoia: "Non c'è posto nelle comunità, non ci sono risorse, non ci sono progetti", spiega Valeria Calevro, psichiatra e direttore sanitario dell'Opg di Reggio Emilia.

Gli altri Opg sono a Castiglione delle Stiviere (Mn), Montelupo Fiorentino (Fi), Aversa (Ce), Napoli e Barcellona Pozzo di Gotto (Me): ci finiscono persone che, pur avendo commesso reati, non vengono processati perché riconosciuti incapaci di intendere e volere. Nei loro confronti, però, il giudice dispone una misura di sicurezza che, nei casi più gravi, può arrivare all'internamento, "che si protrae fino a quando il magistrato di sorveglianza ritiene che la persona sia pericolosa", commenta Luciano Eusebi, docente di Diritto penale all'università Cattolica di Piacenza. Ma avviene lo stesso anche quando l'internato non ha nessuno che possa prendersi cura di lui. E così, ai due, cinque o dieci anni di reclusione decretati dal giudice spesso se ne sommano altri, dai sei mesi in su. Un "ergastolo bianco" a cui sono condannati una persona su tre nell'Opg di Montelupo Fiorentino (Fi) e quasi la metà dei 128 internati nell'Opg di Napoli.

Hannibal Lecter non abita qui
"Sono persone che non devono scontare una pena né essere rieducati -sottolinea Alessando Margara, ex magistrato e capo del Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria dal 1997 al 1999-: sono stati prosciolti perché malati e quindi devono essere curati". Conciliare custodia e cura è l'eterno paradosso di queste strutture: la sfida, oggi, è spostare l'accento dalla prima alla seconda.

Tra gli internati di Reggio Emilia ce ne sono 110 che hanno commesso un omicidio, ma c'è anche chi ha compiuto piccoli reati e "se non fosse stato riconosciuto malato di mente a malapena si sarebbe fatto sei mesi di carcere", riprende Valeria Calevro. "In Italia, il 35 per cento degli internati non ha fatto male a nessuno -aggiunge Dario Stefano Dell'Aquila dell'Osservatorio nazionale sulle carceri dell'associazione Antigone-. E anche quel 65 per cento che ha commesso reati contro la persona, non necessariamente ha ucciso qualcuno". Solo uno su quattro, secondo una stima dell'esperto di Antigone, si è macchiato di un reato molto grave come l'omicidio o il tentato omicidio

"Non si può curare in carcere un malato di mente -spiega Antonio Mancini, dirigente psichiatra dall'Asl Napoli 1-. Se i manicomi fossero stati pieni di persone pericolose, avremmo avuto un'impennata di reati dopo la legge Basaglia. Certo non mi sentirei di lasciare a spasso un Hannibal Lecter, ma non mi illuderei di curarlo in carcere".

Gestire un paziente dimesso da un Opg è però impegnativo e spesso le Regioni se li rimpallano. La prima tappa di attuazione della legge prevede infatti che all'interno di ogni singolo Opg restino solo i pazienti di un determinato "bacino": a Reggio Emilia, per esempio, dovrebbero esserci solo gli internati provenienti da Triveneto, Trentino, Emilia Romagna e Marche. Mentre Castiglione delle Stiviere (Mantova) dovrebbe accogliere, oltre alle donne di tutto il Centro Nord, solo i maschi provenienti da Lombardia, Piemonte e Valle D'Aosta. "Abbiamo 106 pazienti lombardi. In parte potrebbero essere presi in carico dalla loro Asl, ma è un braccio di ferro -ammette Valeria Calevro-: gli invii di internati provenienti da regioni extra-bacino si sarebbero dovuti interrompere, invece ne sono arrivati una decina". Una possibile soluzione, per chiudere definitivamente gli ultimi manicomi, sta nel potenziamento dei Dipartimenti di salute mentale presenti sul territorio "che devono conoscere a fondo i propri utenti e costruire un rapporto forte con il magistrato di sorveglianza", precisa Antonio Mancini.

Qualcosa si può fare: l'esperienza sarda
Ma la legge che darebbe di nuovo la libertà ai "matti" degli Opg è davvero impossibile da attuare? L'esperienza sarda sembra dimostrare il contrario. Proprio in una regione in cui il numero di internati negli Opg, fino al 2004, era più del doppio rispetto alla media nazionale, nel maggio di sei anni fa la giunta di centrodestra progetta di costruire un nuovo istituto a Ussana (Cagliari). Pochi mesi dopo, con l'insediamento della giunta Soru, il progetto viene bloccato dall'assessore alla Salute Nerina Dirindin che dirotta i fondi (4,5 milioni di euro) sulla cura dei malati psichici sul territorio. Vengono aperti così tre Centri di salute mentale, operativi 24 ore su 24, a Cagliari, Quartu Sant'Elena e Isili, finanziati progetti terapeutici e di inserimento lavorativo personalizzati e strutture residenziali. Un piano di cui hanno beneficiato anche gli internati sardi che si trovavano nel "continente": 28 persone su 74 ritornano sull'isola. "Molti di loro si trovavano lì per reati non così gravi da richiedere l'internamento. Un ragazzo aveva solo tentato, me ne accertai con la famiglia, di sferrare un pugno al padre: si è fatto 19 anni in Opg", ricorda Nerina Dirindin. 

Ma c'era un altro problema: limitare i nuovi ingressi. "Senza servizi sul territorio, specialmente nell'entroterra, le famiglie, esasperate dai ripetuti maltrattamenti tipici della malattia mentale, sporgevano denuncia -spiega Gisella Trincas, presidente dell'Unione nazionale delle associazioni dei familiari di malati psichici-. Da lì, le perizie psichiatriche devastanti (schizzofrenia la diagnosi più frequente, ndr) applicate anche a giovanissimi".

Per queste persone occorrerebbero quindi soluzioni alternative (come previsto da una sentenza della Corte costituzionale del 2003): nel 2005, vengono stanziati 150mila euro per progetti individuali a favore di persone con disturbo mentale, detenute o in uscita dal carcere, per evitare il loro ingresso in Opg. "Nel primo semestre del 2007 ci sono stati solo due invii in ospedale psichiatrico e, contemporaneamente, il Dipartimento di salute mentale di Cagliari ha preso in carico tre cittadini che avevano commesso reati gravi", spiega Giovanna Del Giudice, psichiatra e consulente dell'assessore.

Con la vittoria del centrodestra, nel febbraio 2009, la Sardegna -che con la "rivoluzione" dei centri di salute mentale era diventata un modello nazionale- fa un balzo all'indietro: dalla "porta aperta" alla "porta chiusa". Gli orari dei centri di salute mentale vengono ridotti, il personale dei servizi territoriali trasferito negli ospedali e i fondi bloccati.

Tra letti a castello e pet-therapy
Così come sono, gli Opg non possono curare i malati. Anche qui regna il sovraffollamento: a Reggio Emilia, 286 persone vivono in spazi pensati per ospitarne 132. "Da due anni abbiamo messo i letti a castello -spiega il direttore sanitario, Valeria Calevro-: una situazione pericolosa per pazienti che assumono psicofarmaci". Inoltre negli ultimi quattro anni il numero di ingressi è in aumento. "Arriva gente che prima non sarebbe finita in Opg -aggiunge Giuseppe Vacirca, responsabile dell'area trattamentale-. Che cosa ci fa qui una persona che ha tentato il suicidio?". E anche la contenzione fisica, sebbene disciplinata da un protocollo regionale, continua a essere applicata: "Dai 177 episodi del 2008 siamo passati ai 121 del 2009 -dice Valeria Calevro-. Ora, con i reparti aperti, avremo un'ulteriore diminuzione".

Malgrado le difficoltà, qualcosa si sta muovendo. I nome dei reparti, a Reggio Emilia, evocano le costellazioni: Fenice, Pegaso, Andromeda, Centauro. Fa eccezione Antares, l'unica stella, per rimarcare la differenza con gli altri. "È stato il primo a custodia attenuata, con le celle aperte dalle 8 alle 20", riprende Giuseppe Vacirca. Oggi la situazione si è invertita: in quattro reparti su cinque i pazienti possono muoversi liberamente sul piano e usufruire di aree comuni. Gli agenti di polizia si occupano solo della sicurezza perimetrale, mentre all'interno delle sezioni operano il personale infermieristico e gli operatori sanitari. Inoltre, grazie all'assunzione di personale da parte dell'Azienda sanitaria locale, viene assicurata la presenza di uno psichiatra in ogni sezione.

Ma il cuore della vita dell'Opg di Reggio Emilia è "Cassiopea": un lungo corridoio su cui si affacciano la cappella, alcune aule, una grande sala con tavoli e sedie di plastica. Un luogo "a metà strada tra il bar di paese e la piazza per lo struscio", spiega il responsabile, dove riconquistare piccoli momenti di normalità. L'appuntamento al "piano zero"  è alle 8.30 e alle 13. "Alcuni scendono spontaneamente, altri invece li dobbiamo chiamare e attendere", spiega Marco Baracchi, educatore e istruttore cinofilo, che gestisce un progetto di pet-therapy all'interno dell'Opg. Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, un gruppo di 12 pazienti si prende cura dei sei cani dell'istituto: puliscono le gabbie, lavano le ciotole e li portano a passeggio. Wu è tra i più veloci ad arrivare dalla sua Holly. La chiama per nome e sorride. Aiutato da un altro paziente l'aggancia al guinzaglio e inizia a passeggiare. "Per un anno non è mai voluto uscire: non parla italiano e nessuno riesce a comunicare con lui -spiega Marco-. Un giorno ci ha fatto capire di voler partecipare al progetto. Da quel momento è rinato". 

TESTO DI BARBARA CIOLLI E ILARIA SESANA

Per saperne di più sulla realtà degli Opg in Italia leggi "Napoli, capitale della proroghe" e "I draghi di Montelupo"

 

 

Eventi
Rubriche