Le inchieste
Senza di loro? Provateci
Fino a ieri erano braccia. Oggi i lavoratori rivendicano i propri diritti. Tra le navi da crociera di Monfalcone e le guardiole dei palazzi di Roma.

Pedalano silenziosi sulle bici senza luci, nel buio del mattino. Sullo sfondo i fari del cantiere navale di Monfalcone, che illuminano come un luna park le gigantesche gru e i 294 metri della Queen Elizabeth, nave da crociera commissionata alla Fincantieri dall'armatore americano Carnival. Sono bengalesi e con la lana di vetro coibentano stive e sale macchina. Un lavoro duro, le temperature arrivano fino a 40 gradi. Ma è lì, sottocoperta, che nel maggio 2009 è nata la prima rappresentanza sindacale composta da soli bengalesi e promossa dalla Fiom-Cgil. Ahmed Masum, 35 anni, originario di Bhairab, cittadina nell'Est del Bangladesh, è uno dei tre delegati sindacali dell'Adriatica, impresa specializzata nelle coibentazioni delle navi. "Quando il datore di lavoro l'ha saputo ha minacciato di chiudere l'azienda", racconta.

In Italia i lavoratori immigrati iscritti ai maggiori sindacati (Cgil, Cisl, Uil e Ugl) sono poco più di 923mila, secondo il dossier Caritas Migrantes 2009. Ogni cento tesserati, 7 sono stranieri. Un boom degli ultimi anni, nel 2005 infatti erano appena la metà. Nelle campagne e nelle stalle, negli alberghi e nei ristoranti, così come nell'edilizia, un lavoratore su quattro è nato fuori dall'Italia. A qualcuno, questo fa paura. Ma è in luoghi come il cantiere navale di Monfalcone, provincia di Gorizia, che si può capire quanto gli immigrati facciano parte dell'economia del nostro Paese. Il primo marzo si terrà la "Giornata senza di noi": non uno sciopero, ma una serie di azioni tra cui l'astensione dalla spesa, la rinuncia ai mezzi pubblici e alle telefonate. Su Facebook l'iniziativa, nata da cittadini comuni senza sponsor politici, ha raccolto oltre 40mila adesioni in un mese e mezzo e si sono costituiti comitati locali in diverse città, ciascuno organizzerà la forma di protesta che preferisce. Una giornata che, oltre all'Italia, coinvolgerà gli immigrati di Francia, Grecia e Spagna.

Se guardiamo al cantiere navale, un giorno senza immigrati significherebbe la paralisi. Nello stabilimento di Monfalcone, cittadina di 27.700 abitanti, sono impiegati quasi 5mila lavoratori: 1.700 dipendenti della Fincantieri e oltre 3mila arruolati dalle 350 imprese che si dividono appalti e subappalti. Tra questi ultimi, la metà sono stranieri: bengalesi soprattutto, che solo a Monfalcone sono poco più di 2mila, a cui si aggiungono croati, romeni e russi. 

La Lega Nord ha accusato i delegati sindacali bengalesi di voler creare un ghetto. In realtà, l'elezione dei tre immigrati era scontata: su 45 operai dell'Adriatica, uno solo è italiano. La loro prima richiesta è stata l'adeguamento del salario a quanto previsto dal contratto di lavoro dei metalmeccanici: 8 euro nette all'ora. "Adesso il nostro stipendio è in regola, ma non avviene la stessa cosa nelle altre imprese, in cui non c'è la rappresentanza sindacale", precisa Ahmed. 

Il tacito contratto, che vige nelle aziende che hanno appalti nel cantiere navale, si chiama "paga globale". "Il padrone dà all'operaio mille euro al mese, ferie e straordinari compresi, con giornate lavorative di 10 o 12 ore -spiega Thomas Casotto, segretario provinciale della Fiom-Cgil Gorizia-. In caso di malattia decurta le ore dall'importo". Ogni lavoratore riceve anche la busta paga, con stipendio e versamenti Inail e Inps. Ma sono solo carta straccia e falsità. Niente contributi, ciò che conta è l'accordo verbale. "Altri datori di lavoro utilizzano un sistema diverso: a fine mese consegnano l'assegno con l'importo previsto dal contratto dei metalmeccanici, ma poi pretendono dal dipendente il ‘resto', 300-400 euro in contanti. Così formalmente sembra tutto in regola. Oggi un lavoratore straniero viene pagato circa 4,50 euro all'ora". 

A venti carpentieri croati è successo di peggio. Reclutati da un'azienda istriana hanno lavorato tre mesi senza vedere un soldo. Quando hanno protestato e sono intervenuti i sindacati, si è scoperto che l'impresa non era iscritta né al registro delle imprese italiane né a quello croato. Un'azienda fantasma. Ora se ne sta occupando la magistratura, ma intanto i lavoratori hanno fatto ritorno nel loro Paese più poveri di prima e con il biglietto del pullman pagato dalla Regione. "È la dimostrazione che il regime degli appalti e dei subappalti crea situazioni di illegalità", sottolinea Casotto. 

"Facciamo il lavoro sporco -racconta Ahmed-. Quello che gli italiani non vogliono fare. Ma non per questo ci accettano di più". Su Facebook è nato il gruppo "Monfalcone pulita, piazza vecchia senza bangla": conta oltre mille fan. A loro si contrappone "Monfalcone pulita... nei cervelli", un altro migliaio di fan. Duemila persone che si insultano a vicenda, pro e contro la presenza dei bengalesi. "Si è creato un brutto clima", sospira Ahmed. La loro colpa è quella di affollare la piazza principale, nel tempo libero. Eppure abitano lì vicino. I monfalconesi negli anni Novanta si sono costruiti le villette in campagna e l'appartamento in centro l'hanno dato in affitto. "Paghiamo anche 700 euro per tre locali -spiega Ahmed-. Ci viviamo in due famiglie, altrimenti non riusciremmo a mandare i soldi ai parenti rimasti in Bangladesh". 

Il cantiere navale produce il 50 per cento del Prodotto interno lordo della provincia di Gorizia. "Se consideriamo che la metà delle maestranze è straniera, possiamo dire che le loro braccia contribuiscono almeno al 20 per cento della ricchezza della zona", prosegue Casotto. Una cifra record, visto che il Pil prodotto in Italia dagli immigrati è pari al 9,7 per cento del totale nazionale.

Mentre mi accompagna a visitare i negozi alimentari bengalesi (in tutto sono sette), Amhed mi confida che non sa se il suo futuro sarà a Monfalcone. "Siamo sempre sotto pressione, ogni giorno c'è un problema da affrontare". La crisi economica certo non aiuta. Nel cantiere navale, si prevede, arriverà fra qualche mese. Nel 2009 c'è stato un calo di ordini, ma per ora si sta lavorando alle navi progettate negli anni scorsi. "La crisi comunque è diventata una scusa per i datori di lavoro per sfruttare ancora di più gli immigrati", spiega Ahmed. Nel negozio bengalese di via Blaserna, fra sacchi di riso e cibo in scatola, spunta una bambina. "I nostri figli crescono qui, forse sarà più facile per loro integrarsi", conclude.

E c'è chi studia da politico

Alle primarie del Partito democratico in Friuli, nell'ottobre scorso, c'era anche un candidato bengalese, Elias Rokib Moha. Correva per un posto nell'assemblea regionale del partito. Un voto su quattro a Monfalcone portava "la firma" dei suoi connazionali. Moha non è riuscito comunque a farsi eleggere, ma l'affluenza di tanti immigrati è bastata a suscitare polemiche all'interno del Pd: per i bersaniani si è trattato di un colpo basso della corrente di Franceschini che ha strumentalizzato gli stranieri spingendoli alle urne. 

Un giorno gli immigrati potrebbero diventare indispensabili anche per chi aspira a uno scranno in Parlamento. Dal 1980 a oggi sono oltre 280mila gli stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza e hanno quindi diritto di voto. Se venisse varata una riforma della legge sulla cittadinanza che ne renda più semplice la concessione (sono ben cinque i disegni di legge in discussione), il pacchetto di voti degli immigrati conterebbe molto di più.

Alla politica ha deciso di dedicare buona parte del proprio tempo libero anche Sibimani Kumaramangalam, indiano, 41 anni, da venti in Italia, di professione custode in un condominio di Roma sulla via Salaria. È membro dell'assemblea nazionale del Pd e dal 2008 organizza corsi di formazione politica per immigrati. Le lezioni si svolgono alla scuola "Praxis, politica e territorio", fondata dall'associazione Amici per la città. "Finora hanno partecipato circa 70 persone -racconta Sibimani-. Si tratta soprattutto di rappresentanti delle diverse comunità di stranieri presenti a Roma e nel Lazio". 

Studiano la Costituzione, la legislazione sull'immigrazione e la storia d'Italia. "Persino il Risorgimento, la breccia di Porta Pia e la resistenza nella seconda guerra mondiale -prosegue-. Grazie alla storia si riesce a capire meglio la vita sociale e politica italiana, che per uno straniero risulta a volte incomprensibile". Anche se la scuola è sorta nell'ambito del Pd, non tutti gli allievi sono di sinistra. "Sono persone interessate a questi temi e a comprendere come funzionino le istituzioni italiane". Sibimani dal marzo 2009 è cittadino italiano. "Ho aspettato quattro anni per ottenere la cittadinanza e quando mi è arrivato il decreto di riconoscimento ho vissuto un periodo di crisi, perché in India non è prevista la doppia cittadinanza. A Natale ci sono tornato e ho dovuto chiedere il visto. Ti assicuro, fa un certo effetto". 

TESTO DI DARIO PALADINI

Per saperne di più, leggi "Interinali in corsia" e "Avanguardie transalpine"

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