Le inchieste
Interinali in corsia
Sottopagati e sfruttati. Gli infermieri stranieri in Italia sono 34mila. Un numero destinato ad aumentare. Per la gioia di agenzie e cooperative.

Volevo fare l’infermiere in Italia, ma per riuscirci ho dovuto lottare come un leone”. Carlos Brito, da 21 anni nel nostro Paese, è rimasto così segnato dalle sue peripezie tra le carte bollate da fondare a Roma un’agenzia, “Persone e risorse”, che aiuta i connazionali infermieri a vincere il gioco dell’oca della burocrazia.
Per esercitare la professione, infatti, occorre il riconoscimento del titolo di studio da parte del nostro ministero della Salute e, in seconda istanza, l’iscrizione all’albo, sotto la supervisione del Collegio professionale degli infermieri (Ipasvi). “Ma prima bisogna ottenere i documenti dalle autorità peruviane, farne la traduzione giurata, presentarla all’ambasciata italiana, aspettare il nulla osta per venire in Italia -racconta Carlos-. Quando sembra tutto a posto, manca sempre un documento: ogni due passi avanti, se ne fa uno indietro”.
Oggi questa trafila richiede circa un anno e mezzo, e tanta pazienza. Carlos, che non ha rinunciato a lavorare in corsia, ha permesso in tre anni l’arrivo di 130 connazionali qualificati. Costo totale dell’impresa: mille euro a persona, ripartite tra le spese burocratiche e il compenso dell’agenzia.
Non è una novità: l’Italia ha fame di infermieri, tanto che questa categoria di lavoratori può entrare nel nostro Paese senza limiti. Nessuna Bossi-Fini, nessuna quota di ingresso: il lavoro non manca, e neppure gli immigrati “già qualificati” disposti a farlo.

Gli infermieri stranieri sono oggi 34mila, il 10 per cento del totale: i più numerosi sono i romeni (8.497), seguiti da polacchi, peruviani e indiani. Secondo il rapporto dell’European migration network (Emn), presentato nel dicembre 2009 e realizzato in collaborazione con il ministero dell’Interno, nei prossimi anni potrebbero mancare nelle corsie degli ospedali e delle case di cura circa 71mila addetti. Basti pensare che ogni anno vanno in pensione o cambiano mestiere circa 13mila infermieri, mentre i nuovi laureati sono appena 9mila.

La sanità è un business e così anche il mercato del lavoro” sottolinea Antonio Ricci, uno dei curatori del rapporto Emn, che stima un giro d’affari per le agenzie interinali di circa 300 milioni di euro l’anno. “La lentezza della burocrazia e il bisogno di personale alimenta lo sfruttamento degli immigrati -aggiunge-. Un paradiso per le cooperative di lavoro, dove si registra il numero più frequenti di abusi”.
Lo sa bene Carlos. “Ho conosciuto infermieri che sono stati contattati nel loro Paese da cooperative senza scrupoli -racconta-. Offrono l’anticipo delle spese per il viaggio e i primi mesi dell’alloggio, ma poi pretendono interessi pazzeschi, tanto da chiedere il doppio di quanto prestato”.

Gli infermieri extracomunitari non possono farsi assumere negli ospedali pubblici, perché la legge italiana vieta loro di partecipare ai concorsi. A romeni e polacchi invece è consentito, ma gli ospedali ricorrono sempre più alle agenzie interinali o appaltano alle cooperative interi reparti e gran parte dei servizi sanitari. Prassi, quest’ultima, molto in voga anche nelle cliniche private, che potrebbero assumere chiunque, ma preferiscono risparmiare.
L’escamotage è semplice: le cooperative applicano ai proprio dipendenti il contratto di lavoro di “cooperazione sociale” e non quello previsto per il personale sanitario. Così, a fine mese, l’infermiere straniero si ritrova nella busta paga uno stipendio che, di norma, è inferiore del 25-30 per cento rispetto a quello dei colleghi italiani. “Si arriva anche al 40 per cento in meno”, conferma Luigino Pezzuolo, segretario milanese della Fisascat Cisl. Mentre lo sfruttamento cresce: ci sono cooperative che di giorno mandano l’infermiere in una clinica e di notte in un’altra. “Il lavoro notturno viene retribuito molto poco rispetto a quanto stabilito dal contratto nazionale -spiega il sindacalista-. Il dipendente di solito accetta, perché in fondo si tratta di un secondo lavoro e ha bisogno di soldi”. A scapito della qualità del servizio.

Alla Fondazione don Gnocchi, che nei suoi centri sparsi in tutta Italia si occupa soprattutto di riabilitazione e di cura delle patologie degenerative (come l’Alzheimer), i dipendenti stranieri sono 500, il 13 per cento del totale. Infermieri, fisioterapisti, operatori e ausiliari socio-sanitari: nel 2005 erano 250. “Per noi la nazionalità non conta -dice Enrico Mambretti, direttore del personale della Fondazione don Gnocchi-. Ci interessa la professionalità. Ma certamente senza gli stranieri il sistema collasserebbe”.

Finora la Fondazione don Gnocchi è ricorsa alle cooperative solo per coprire buchi improvvisi nell’organico. “Preferiamo assumere e curare la formazione del nostro personale -spiega Enrico Mambretti-, ma non so per quanto tempo potremo continuare. Le altre strutture che offrono servizi come i nostri si affidano in maniera quasi esclusiva alle cooperative, con un risparmio di circa il 20 per cento sui costi del personale”. Una concorrenza sleale, a cui si potrebbe porre rimedio. “Basterebbe imporre anche a loro l’applicazione del contratto di lavoro previsto per la sanità”.

Il reclutamento di infermieri all’estero crea un buco nell’assistenza infermieristica dei loro Paesi d’origine. È l’altra faccia della medaglia. Con un effetto domino: negli ospedali romeni, per esempio, arrivano gli infermieri moldavi, in quelli peruviani gli ecuadoriani. E alla fine sono i Paesi più poveri a pagare, perché possono offrire solo stipendi molto bassi che non attirano nessuno. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, ci sono circa 40 milioni di medici e infermieri (dato del 2006), ma solo il 3 per cento lavora nei Paesi più poveri dove si trova un quarto del bisogno sanitario globale. “C’è un problema etico di fondo in questa nostra caccia all’infermiere straniero -sottolinea Antonio Ricci-. Si dovrebbero organizzare scambi alla pari per favorire la formazione e prevedere un rientro degli infermieri dopo un periodo di lavoro in Italia o negli altri Paesi occidentali. Ma per ora non si è fatto nulla”.

TESTO DI DARIO PALADINI

Per saperne di più leggi "Senza di loro? Provateci" e "Avanguardie transalpine"

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