Le inchieste
Le valli del dragone
Scalpellini oggi, imprenditori domani: dal 1994 sono 1.700 i cinesi arrivati sulle pendici del Monviso per tenere in piedi l'economia delle cave di pietra di luserna.

Nel “paese dell’oro grigio” capita spesso di vedere scalpellini cinesi sbucare dietro enormi blocchi di pietra. Il paese è Bagnolo Piemonte, poco meno di 6mila abitanti ai piedi del Monviso. L’oro grigio, come dicono in zona, è la pietra di Luserna. Bella, con i suoi riflessi verde-azzurro. Solida e talmente elegante da ricoprire la Mole Antonelliana.

Su in montagna ci sono le cave in cui si lavora con la dinamite e i grandi macchinari, a valle le fabbrichette in cui si fa lo “spacco”: la pietra viene addomestica a colpi di scalpello per ricavarne lastre (lose, in dialetto) e sampietrini. Trent’anni fa nessuno voleva più dedicarsi a questo mestiere. I giovani preferivano cercare un impiego a Torino. Gli immigrati, di ogni nazionalità, reggevano un mese o poco più. Finché uno scalpellino cinese ha innescato un formidabile passaparola che, dal 1994 a oggi, ha fatto piovere circa 1.700 connazionali in Valle Infernotto (nei comuni di Bagnolo e Barge) e in Val Pellice (a Luserna San Giovanni), a cavallo delle province di Cuneo e Torino. Provengono quasi tutti da Yuhu, un minuscolo villaggio di cavatori dello Zhejiang (regione della costa orientale della Cina).

Grazie alle loro braccia il distretto della pietra, pilastro dell’economia locale, è decollato. Dal 1997 al 2007 nelle cave a monte di Bagnolo, la pietra estratta per lo spacco è raddoppiata da 200mila a 400mila tonnellate l’anno. Il fatturato delle ditte è lievitato a una media annua dell’8 per cento: un business di almeno 70 milioni di euro, secondo una stima “prudente” della comunità montana Val Pellice che risale al 2006. Le rendite del Comune di Bagnolo -che detiene l’invidiabile primato dell’80 cento di produzione della pietra di Luserna- si sono gonfiate fino a 2 milioni e 400mila euro nel 2007 (contro i 960mila euro del 1997). E dallo stesso anno, anche la Regione incassa il 30 per cento della nuova imposta sulla pietra. Che, se un tempo lastricava le corti piemontesi dei Savoia, oggi adorna dimore svizzere di magnati come l’Aga Khan e opulente ville hollywoodiane. 

Un patriarca di nome Franco

In principio fu Deng Lunqiao, 47 anni, “Franco” per gli affari, esperto scalpellino in madrepatria, giunto in Valle Infernotto dopo aver visto una delle lastre a Milano: “Chiesi da dove venisse, ed eccomi a Barge: era il ’94. Sono io il primo arrivato”, rivendica. Dalla campanilistica Bagnolo, una manciata di chilometri più a Nord, ribattono che di orientali nel 1993 ne avevano già due. Ma Deng Lunqiao spergiura di aver fatto tutto da solo. Lui, il suo incredibile fiuto e un italiano a dir poco stentato. 

Da allora è stato un crescendo di parenti e amici, richiamati sin dalle foreste dello Fujan. Oggi i cinesi residenti a Bagnolo e a Barge sono 958 (al 31 dicembre 2008). Se si sommano i domiciliati e gli irregolari, si arriva a 1.500. Quasi l’11 per cento degli abitanti dei due comuni, che tra il 2001 e il 2008 sono passati da 12.642 a 13.726 residenti. Un dato che si avvicina al record nazionale di Prato, la capitale orientale d’Italia, dove i cinesi sono il 13 per cento della popolazione.

Sono qua per fare tanti soldi”, ammette soddisfatto Franco che mi riceve nella sua azienda, aperta un paio di anni fa. Una collina più in là, il cognato manda avanti un’altra impresa. “Per ora restiamo, poi chissà”, non si sbilancia. Ma intanto Lunqiao ha comprato casa con il mutuo e portato a Barge la moglie e i due figli. Ora che è nonno di due nipotini -il più piccolo, due anni, scorrazza nel cortile, manco a dirlo, in pietra di Luserna-, vorrebbe in Italia anche i suoceri: “Ma non ne vogliono proprio sapere. Per questo torniamo in Cina ad agosto”.

Molti sfruttati, poche le eccezioni

Con Deng Lunqiao sono otto gli orientali che hanno deposto lo scalpello per impugnare la cloche di comando. La Camera di Commercio di Cuneo, in realtà, conta 34 aziende cinesi in Valle Infernotto, ma è un fenomeno abbastanza diffuso aprire ditte fittizie per rinnovare il permesso di soggiorno. 

I veri imprenditori cinesi sono dunque molti meno e finora nessuno di loro ha chiesto l’autorizzazione comunale a estrarre nelle cave, un’ottantina nell’intero comprensorio, roccaforti (per ora) delle storiche famiglie piemontesi di cavatori. Da queste gli imprenditori a valle comprano i blocchi di gneiss (termine tecnico della pietra), per lavorarli. Qui centinaia di scalpellini cinesi, ormai più della metà degli addetti, vengono reclutati per produrre in massa sampietrini e rivestimenti “a mosaico” e per spaccare e smussare le pregiate lose destinate ai tetti delle villette rustiche della zona o esportate in Val d’Aosta e Francia. Nelle aziende più meccanizzate, alcuni lavorano al taglio diamantato. Ma chi spacca a mano sta all’aperto, d’inverno riscaldato dal fuoco nei bidoni, d’estate riparato dagli ombrelloni. I cinesi reggono fino a 12 ore al giorno, attratti dal richiamo dei soldi, ma scarsamente consapevoli di essere sfruttati.

Nella pietra c’è chi guadagna dai 2 ai 3mila euro al mese: 1.300 euro da dipendente, più gli straordinari in nero. Dopo le otto ore di lavoro, la paga è a cottimo, sampietrino dopo sampietrino: in valle è il segreto di Pulcinella, tutti lo fanno, nessuno lo dice. Fa eccezione l’azienda Riccardo Vottero & C., “tra i pochissimi, se non gli unici, a non assumere cinesi. Tagliamo la pietra con il telaio, non a mano”, spiegano. Chi, come loro, estrae un tipo di blocchi particolare, può esaltare le lastre con un restyling estetico di lucidatura e fiammatura. “Poi -aggiungono- siamo contrari a prolungare la giornata lavorativa. Anche se sono loro stessi a chiederlo”.

Immigrati scaccia crisi

“È indubbio che con i cinesi il comparto sia cresciuto in modo straordinario”, afferma Flavio Manavella, sindaco di Bagnolo Piemonte, il Comune che incassa l’affitto delle cave, i diritti di escavazione e il 70 per cento dell’imposta regionale sulla pietra. Nonostante la crisi, il borgomastro è ottimista: “Nessuna frenata nel 2009, anzi. Siamo il secondo sito estrattivo dopo il marmo di Carrara. Solo le pesanti nevicate hanno fermato i cavatori”. Che, al contrario, lamentano una flessione del mercato. Ma se il buon senso dice che la verità sta nel mezzo, per la stampa locale il distretto ha tenuto. 

Inutile negarlo, attorno all’oro grigio di Bagnolo, l’economia è in fermento: al momento in lista d’attesa ci sono circa 150 richieste di autorizzazione a estrarre in nuovi lotti (le porzioni larghe al massimo 20 metri in cui il regolamento regionale suddivide le cave). Per ora è in vigore una sorta di moratoria delle concessioni, perché lo sfruttamento è già intensivo: i lotti “attivi” nel 2009 sono infatti oltre 150, concentrati nelle mani di una sessantina di cavatori. Dagli anni Settanta a oggi, del resto, è triplicato il consumo di esplosivo nelle cave della montagna-gruviera di Bagnolo. “La rivoluzione tecnologica ha amplificato la potenza estrattiva”, spiega Riccardo Sandrone del Politecnico di Torino, tra i massimi studiosi della pietra di Luserna. Passati dal piccone alle perforatrici, alcuni cavatori hanno spiccato il salto industriale, coprendo l’intero ciclo della filiera, in un indotto che conta quasi 2mila addetti.

E se gli uomini si dedicano alla pietra, le loro donne pensano alla frutta. Nella provincia di Cuneo, che nel 2007 brillava per il tasso di disoccupazione più basso d’Italia (il 2,2 per cento), le cinesi lavorano come stagionali alla cernita di mele, mirtilli e kiwi nelle aziende agro-alimentari che, dopo quelle della pietra, costituiscono il secondo motore economico della zona.

La pietra del sospetto

Nonostante i profitti, però, la diffidenza verso il Dragone è forte. Gli italiani temono che i cinesi rilevino le aziende con concessione a estrarre, monopolizzando il settore della pietra. Per Giorgio Salza, sociologo dell’università Statale di Torino, questo scenario è più che probabile. “Le ditte della vecchia guardia chiuderanno -afferma-. E subentreranno i cinesi, se i figli dei cavatori piemontesi preferiranno dedicarsi ad altro”. Quel che è certo è che gli scalpellini cinesi stanno facendo arrivare moglie e figli: “Questi paesi sono piccoli e tranquilli come Yuhu. Le città sono violente. Anche a Prato adesso c’è troppo casino”, raccontano. La metà dei cinesi in Valle Infernotto, secondo quanto ha ricostruito Letizia Magliola, mediatrice linguistica, nella sua tesi del 2008, “ha scelto Barge e Bagnolo come comuni di prima residenza, arrivando direttamente dall’Asia”.

Ma la diffidenza, come la luserna, è una pietra che si può smussare. Per esempio con iniziative come la rassegna CineMigrante, curata dall’associazione torinese “I 313”, che l’anno scorso ha riempito di cinesi entusiasti i cinema di Barge e Bagnolo. “È stato incredibile -racconta Cristina Rowinski, abituata a organizzare proiezioni multiculturali a Torino-, in città è molto più dura. Miracoli del passaparola”. Peccato che molti piemontesi della zona siano rimasti in casa a fissare la tivù. 

TESTO DI BARBARA CIOLLI

Per saperne di più leggi "Piemontesi si diventa" e guarda il fotoreportage realizzato per Terre di mezzo - street magazine 

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