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Liliana Ocmin: una vita controcorrente
"Se vedi una divisa corri! E io scappavo anche dagli spazzini!". Da venditrice di strada a leader sindacale: la favola moderna di una mamma esperta di diritti negati.

"L'unica istruzione che mi avevano dato era: se vedi una divisa corri. E io scappavo anche davanti agli spazzini". Ne ha fatta tanta di strada Lilian Ocmin, 37 anni: da immigrata irregolare venditrice di presepi nelle piazze di Roma a segretario confederale del Dipartimento politiche migratorie, donne e giovani della Cisl. Figlia di un militare e di un’insegnante, ha pagato lo scotto di origini umili e provinciali: "Sono nata in una zona rurale del Perù, al confine con la Bolivia. Ricordo ancora i miei compagni che venivano a scuola senza scarpe, o senza biancheria". Giovanissima "scende" nella capitale per studiare. "Ero una migrante già a Lima -ricorda-, perché la mia zona di provenienza evocava solo contadini indios con il poncho. Anche se con molti sacrifici mi sono laureata in giurisprudenza, ma non riuscivo a trovare lavoro".

La decisione è inevitabile: partire per l’Italia, dove già vivevano due sorelle. "Nel 1992 sono arrivata in Germania con un visto turistico, poi ho raggiunto in treno Lugano dove mi aspettava il mio primo contatto, una donna centroamericana. A casa sua, con una decina di altre, ho atteso fino a notte fonda l’arrivo di chi doveva portarmi oltre confine. Un uomo, che senza una parola mi ha accompagnato a piedi, tra le campagne buie, fino a Milano. Da lì ho preso l’ultimo treno per Roma".

Nella capitale, il ricongiungimento con la sorella e i primi lavoretti. "Era quasi Natale, quindi ho cominciato vendendo artigianato peruviano per le strade. Mi avevano detto di fuggire appena vedevo un poliziotto o un vigile. Ero terrorizzata da qualunque divisa. Poi, passate le feste, ho trovato un lavoro come colf in una famiglia, che per mia fortuna ha accettato quasi subito di mettermi in regola". È quindi dovuta tornare in Perù e aspettare la "chiamata nominale" inoltrata, attraverso la Questura di Roma, dalla famiglia che l’avrebbe assunta. "Finalmente sono entrata in Italia dalla porta principale, da Fiumicino".

Ma le sue ambizioni erano altre: "Mi sono iscritta all’università, di nuovo facoltà di giurisprudenza. È stato un percorso a ostacoli, perché gli stranieri come me ‘non vengono in Italia per studiare’. Sono stata costretta anche a cambiare lavoro, da colf a badante notturna, per poter frequentare i corsi". Nei primi anni ’90, borse di studio, alloggi per studenti e altre facilitazioni erano un sogno per un immigrato: "Perché c’era il pregiudizio secondo cui gli stranieri all’università erano per forza figli delle élite ricche".

Proprio da queste discriminazioni nasce lo stimolo all’impegno politico: nel 1996, insieme ad alcuni compagni d’ateneo, Lilian fonda il Coordinamento studenti stranieri della Sapienza, aiutata dall’associazione Oltre le frontiere della Cisl (Anolf). E da allora non si è più fermata. È diventata una dirigente dell’Anolf e poi ha cominciato a lavorare per la Cisl. Alla battaglia per i diritti dei migranti ha aggiunto quella per il ruolo delle donne nel mondo del lavoro. "Ho due figli ed è stata la maternità a spingermi a lottare anche su quel fronte. Un passo in più per cui è stato fondamentale mio marito, che ha compreso e sostenuto la mia attività politica".

I problemi di donne e migranti, argomenta, hanno radici simili, e quindi soluzioni analoghe. "Occorre dare il giusto riconoscimento alla loro professionalità, anche nel settore dell’assistenza domestica. E offrire ai lavoratori più formazione, che vuol dire anche maggiore consapevolezza dei propri diritti e del proprio ruolo nella società". Solo così si possono combattere sfruttamento e cultura dell’illegalità: "Molto spesso i datori di lavoro puntano a cercare la scorciatoia, per risparmiare tempo e denaro. Senza interessarsi del destino delle persone che si occupano della loro famiglia a tempo pieno. E così, quando arrivano le regolarizzazioni, invece di aderire molti ci chiedono a cosa andrebbero incontro se non lo facessero".

Oppure, più di frequente, cercano un compromesso: "Prendete per esempio i 500 euro dell’ultima sanatori -racconta Lilian con sguardo di disapprovazione-: abbiamo incontrato molti casi in cui il lavoratore straniero ha dovuto pagarli di tasca propria in cambio della messa in regola. E lo stesso succede sovente per i contributi, scalati dallo stipendio netto invece che versati in aggiunta". Il migrante, dal canto suo, non può che accettare. "Per un clandestino la regolarizzazione è un traguardo incommensurabile, perché significa finalmente esistere. Ed è l’unico modo per potersi immaginare un futuro".

TESTO DI Chiara Rancati

Per saperne di più leggi "La mala sanatoria"

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