Chi è caduto nel girone del vizio non si abbatta. Un giorno potrebbe passare alla storia come mago degli affari o genio letterario. Anche il principe-imprenditore Aga Khan ha dilapidato una fortuna nei casinò. E il tormentato Dostoevskij altro non si ispirò che a una sua grande debolezza per scrivere “Il giocatore”.
Avrà tempo per ricostruirsi una vita Marco, che a 22 anni è ospite del Centro sociale Papa Giovanni XXIII, una comunità per giocatori patologici di Reggio Emilia, per liberarsi dalla schiavitù dell’azzardo, sua compagna di giochi da sette. “Il poker mi ha catturato. Adoravo bluffare, mi credevo invincibile. Poi carte e macchinette mi hanno fregato”. La resa dei conti è arrivata quando un conoscente l’ha apostrofato al bar come “gran giocatore d’azzardo”. “Nei paesi piccoli, si conoscono tutti. Per me fu una botta terribile -confessa Marco, che oggi studia giurisprudenza-. Rubavo i soldi alla mia famiglia e, quando non bastavano, li chiedevo ai parenti. Ho buttato al vento alcune migliaia di euro. Non mi hanno mai abbandonato, nonostante tutto”. Dal 2000 a oggi, sono 614 i giocatori patologici che, come Marco, sono entrati in contatto con la struttura di Reggio Emilia. Di questi, appena 396 hanno seguito un trattamento terapeutico.
Dario Minieri di anni ne ha 24 e giocando al poker texano online tre anni fa, da neopatentato, si è fatto la Porsche Cayman. Eppure, sembra un bambino, mentre stringe a sé le chips (così sono chiamate le fiches in America, ndr) accumulate durante uno dei tanti tornei live, che disputa nei casinò di tutto il mondo. Tanti barattoli di marmellata rubati.
Dario è una delle stelle nascenti del poker spettacolo, trasmesso sulle rete televisive: da Italia 1 a Sky. “Sono supercompetitivo, provo una carica tremenda”, ammette il baby-campione, che la multinazionale Pokerstars ha arruolato nella sua scuderia per disputare tornei internazionali di Texas Hold’em dal vivo. “Ho cominciato con Magic, un gioco a carte su Internet. Poi il poker online, un crescendo: sbaragliavo tutti -racconta il campione, che dal 2005 ha guadagnato un milione e 600mila dollari (oltre un milione di euro in neppure 4 anni)-. Cosa farò da grande? Dieci anni fa ti avrei risposto lo psicologo, oggi nulla, mi sento in vacanza tutto l’anno”.
Anche Luca Pagano, 30 anni, è una celebrità del Texas Hold’em online. E come Dario, ha fatto il grande salto, sedendosi al tavolo (non virtuale) dei tornei Pokerstars. Ma è di tutt’altra tempra. “Razionale e paziente”, racconta di saper “aspettare il momento giusto per incastrare gli avversari. Ho capacità di lettura, sangue freddo e coraggio”. Doti che mette a disposizione degli aderenti alla Federazione italiana Texas Hold’em (da lui stessa fondata, ndr) e dei partecipanti di “Pokermania”, la trasmissione che conduce in seconda serata su Italia1. “Nonostante l’esperienza provo ancora un’adrenalina ineguagliabile: felicità per le vittorie e una grande paura delle sconfitte -ammette-. Ma sono cresciuto con molta calma, come giocatore e come risultati”.
Per Paolo, quarantenne assicuratore, il percorso è stato progressivo, ma al contrario: verso il fondo. “Ho sempre giocato a carte, fin da piccolo: cifre irrisorie, al bar. Mai avrei pensato di rovinarmi -racconta-: allora spergiuravo di non farmi prendere la mano, ma contemporaneamente ho iniziato a bazzicare i casinò. Sono arrivato persino a sottrarre denaro alla mia compagnia e grazie a delle conoscenze ho ottenuto soldi dalle banche senza garanzie”. Poi il castello è crollato: “Debiti su debiti, sono andato sotto di parecchie migliaia di euro -dice-. Perso l’impiego, mi sono rivolto a un centro per giocatori patologici”. La fidanzata ha resistito, gli amici veri lo hanno aiutato: “Ho trovato quasi subito un nuovo lavoro. Ora il buco è quasi colmato. E sono riuscito a tenere la mia famiglia all’oscuro di tutto”.
Seduti attorno a un tavolo, un professionista del poker e un giocatore compulsivo sono agli antipodi. “Il primo pilota la partita, calcola con astuzia quanto rischiare: non si aggrapperebbe mai a un “Gratta e vinci” -spiega lo psichiatra Michele Sforza-. L’altro sopravvaluta di molto le sue capacità, convinto di cambiare vita con un click. L’errore cognitivo si chiama fallacia di Montecarlo”. Ma nell’arco della vita di un giocatore il quadro può radicalmente cambiare: non è detto che un giocatore professionista non diventi compulsivo, perché la mente è imprevedibile. “Nulla lo esclude, è questo il punto. La scienza non è in grado di stabilire fattori di rischio in modo predittivo. Certo, esistono soggetti geneticamente portati ad ammalarsi, ma nessuno può dirsi immune -conclude l’esperto-. La dipendenza è subdola e si radica molto lentamente. Possiamo solo non giocare”.
TESTO: Barbara Ciolli
Per saperne di più leggi: Lo stato croupier e Per l'Europa la partita più dura










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