Le inchieste
Doping under 16
Genitori preoccupati e associazioni in allerta: lo sport fa bene ai ragazzi, ricerche e sequestri dicono però che anche i minorenni sono a rischio.

Cuneo, calda giornata d’inizio estate. Al campetto di atletica della città sembra di essere in riviera: aranciate, cannucce, teli mare, mamme e papà, figli che scorrazzano tra ombrelloni e gazebo, prima che inizi la competizione. Sì, perché i campionati italiani di ciclismo categoria giovanissimi, che vedono impegnati bambini e bambine dai 7 ai 12 anni, sono gare vere. Future promesse del ciclismo o simpatici cicciottelli che girano in pista sudati dentro sgargianti fuseaux, a quest’età fanno già sul serio: si allenano due volte a settimana macinando 25 km all’ora e nel weekend fanno le gare. I loro genitori li seguono con amore e con orgoglio. E con un pizzico di apprensione. Sanno bene, infatti, che lo sport che i loro figli hanno scelto è, insieme all’atletica, il più rischioso per finire nella trappola del doping.
“Mio figlio ha 11 anni e pensa molto a queste cose -dice Simone Frontini, allenatore della Valdarnese, squadra di 36 bambini da Montevarchi (Ar)-: figurati che soffre di asma allergica e, sotto prescrizione medica, dovrebbe prendere il Ventolin (un broncodilatatore cortisonico con effetto anabolizzante, da alcuni preso in modo illecito per ottenere una migliore dilatazione polmonare sotto sforzo, ndr) ma prima della gara non lo usa. Il pericolo arriva a 16-17 anni, quando gli juniores iniziano a prendere qualcosa per farsi il fisico”.
“Io non avrei voluto che mio figlio scegliesse il ciclismo -dice un altro papà dal Veneto, che una decina di anni fa lasciò le gare a un passo dal professionismo proprio per non cadere nella trappola del doping-. A me non hanno mai imposto niente ma è l’ambiente che condiziona: gli allenatori non dicevano di non doparsi, ma ti dicevano ‘sappi che se ti scoprono noi ti siamo contro’”.
Non è infondato il timore di questi due genitori. Secondo una ricerca realizzata nel 2003 da Demoskopea (la più recente, ndr) su 10mila ragazzi, tra i 13 e i 18 anni, che praticano sport, il 7 per cento ha ammesso di assumere sostanze dopanti, dietro consiglio di amici o dello stesso allenatore.
Certo, fino a 12 anni il rischio è relativo, “anche se forse qualche squadra tende già ad esagerare nel tipo di allenamento -confessa un papà di Marina di Cecina (Li)-. Sono orgoglioso se mio figlio otterrà dei risultati, ma so che quando si arriva a un certo punto c’è un bivio: o ti adegui a quello che fan tutti, o lasci perdere la carriera”.
E deve aver pensato proprio questo il padre che accompagnava la figlia sedicenne in uno studio medico dove le venivano somministrate flebo di sostanze dopanti: un caso scoperto dalla Guardia di finanza di Padova che nel luglio scorso ha sequestrato migliaia di dosi in 10 regioni italiane. Un giro enorme, che ha portato all’arresto dell’ex commissario tecnico della nazionale serba di ciclismo, Aleksandar Nikacevic, e alla denuncia di altre 30 persone tra cui 12 ciclisti professionisti, rappresentanti di società farmaceutiche, cinque medici, tre direttori sportivi di team ciclistici e la stessa minorenne “pizzicata” dalle telecamere dei finanzieri.
L’ambiente sportivo può condizionare pericolosamente. Da un’indagine dell’Istituto superiore di sanità, realizzata nel 2005 su un campione di 5mila giovani sportivi, fra i 14 e i 17 anni, il 35,7 per cento ricorrerebbe a un non meglio specificato “aiutino” se avesse la certezza del risultato.
“Fino a 15 anni fa anch’io avevo il ‘vizietto’ e davo cose leggere ai miei corridori, ma poi mi sono fatto una cultura e sono cambiato”, confessa Ivano Fanini, patron della squadra Amore&Vita, noto per la sua battaglia senza quartiere contro il doping. Nel 1996 ha quasi fermato il Giro d’Italia, collaborando con i Nas di Firenze. “Dovevano bloccare la nave dei corridori che arrivava a Brindisi dopo il prologo in Grecia -ricorda-, ma furono ingenui e avvertirono il Coni. I direttori sportivi delle squadre lo vennero a sapere e nessuno si fece beccare. Bisogna lavorare a livello giovanile, almeno fino ai 18 anni devono restare puliti”. Ed è quello che sta facendo l’Uisp, Unione italiana sport per tutti, che ormai da diversi anni parla di doping agli studenti italiani. “Quest’anno siamo andati per la prima volta nelle scuole medie, chiedendo a 2mila ragazzi di realizzare prodotti multimediali destinati ai loro genitori -dice Daniela Rossi, responsabile del progetto Mamma parliamo di doping-. Se riceveremo di nuovo i fondi, l’anno prossimo vorremmo affrontare il tema dei farmaci e degli integratori alimentari”.

Testo di Andrea Rottini

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