Una scorciatoia. Per Diego il testosterone è stato l’aiuto per raggiungere più in fretta il traguardo per cui si impegnava tanto in una piccola palestra del milanese: mettere in cantina l’adolescente “cicciottello” che era stato. “I ragazzi che si allenavano con me ottenevano risultati migliori in meno tempo”. E quando chiede chiarimenti, ecco le fialette-scorciatoia spuntare dal borsone di un collega più esperto. “Comprate via internet”, ricorda Diego.
In Italia ogni 12 sportivi dilettanti ce n’è uno che “trucca il gioco” usando sostanze dopanti. “Sono circa 530mila su oltre 6 milioni di sportivi”, stima Sandro Donati, ex allenatore dei velocisti azzurri. Della lotta al doping ne ha fatto una ragione di vita e ora è consulente di Libera, l’associazione contro la mafia fondata da don Ciotti, perché le cosche non si sono lasciate scappare un business da capogiro. Basti dire che, negli ultimi 10 anni, i carabinieri dei Nas (Nucleo anti sofisticazioni) hanno sequestrato sostanze anabolizzanti per circa 26 milioni di euro, oltre 280mila confezioni solo nei primi sei mesi del 2009. “Ma rappresentano probabilmente il 10-15 per cento del circolante”, commenta Giovanni Serpelloni, capo dipartimento per le politiche antidroga presso la Presidenza del Consiglio dei ministri.
Le sostanze dopanti non sono altro che farmaci che gli atleti usano per sentire meno la fatica e per migliorare le loro prestazioni. L’Italia ha una legge (la numero 376 del 2000) che le vieta e prevede la reclusione da tre mesi a tre anni per chi le usa o induce qualcun’altro a usarle. Ma oltre a ingannare gli avversari, questi atleti mettono in pericolo la loro salute. Per esempio, gli sportivi che si iniettano l’epo, una specie di proteina che aumenta i globuli rossi nel sangue arricchendolo così di ossigeno, rischiano ictus, trombosi e infarto. Riusciranno anche a fare chilometri senza una smorfia, ma non è detto che finiscano la gara vivi.
Ce n’è per tutti i gusti. Il testosterone gonfia i muscoli, l’ormone della crescita invece li “scolpisce” senza gonfiarli. L’efedrina aumenta il battito cardiaco e può rivelarsi utile a chi vuole affrontare meglio le fatiche di una maratona o di una crono-scalata. È un mercato che non si rivolge ai grandi campioni, ma alla gente normale, agli atleti amatoriali che scelgono di “giocare sporco”. E sono farmaci facili da trovare. Su internet, anzitutto, a patto di masticare un po’ l’inglese. Noi ci abbiamo provato. È bastato inserire le parole “buy steroids” su Google per veder comparire un elenco di due milioni e 860mila voci. Aprendo un sito a caso (www.isteroids.com) si può scegliere tra centinaia di prodotti e acquistare senza bisogno di una prescrizione medica. Come comprare un libro o un dvd: si mettono nel carrello virtuale due flaconi di pastiglie anabolizzanti e si paga con la carta di credito. Poco meno di 180 dollari (125 euro), comprese le spese di spedizione. E poi ci sono le palestre e le associazioni sportive, che vendono pasticche e fiale sottobanco. “In una struttura su 10 circolano sostanze dopanti”, puntualizza Donati.
Effetti desiderati e danni collaterali
Nel 2008 la Commissione di vigilanza sul doping, che effettua gli esami di urine e sangue durante le competizioni sportive dilettantistiche, ha colto in fallo il 4,1 per cento degli atleti controllati. Una percentuale che schizza al 14 per cento se si prende in considerazione il solo ciclismo. Sono stati trovati soprattutto anabolizzanti, ormoni, stimolanti da Thc (il principio allucinogeno della cannabis) e cannabinoidi.
È un rapporto a filo doppio, quello che lega sostanze dopanti e stupefacenti. Le prime causano anche irritabilità, depressione e impotenza. Le seconde mitigano questi “effetti collaterali”: si ricorre allora ai barbiturici per riuscire a riposare e agli stimolanti, compresa la cocaina, per non cadere in depressione quando si interrompe, per esempio, l’assunzione di testosterone. Un cocktail micidiale, che può portare persino sull’orlo del suicidio: un’operazione antidoping, condotta dai Nas a Genova nel 2008, ha preso il via proprio in seguito alla denuncia di una donna che, per colpa di un farmaco anoressizzante, aveva tentato di togliersi la vita. “Chi ha seri problemi con il doping si comporta esattamente come un tossicodipendente -aggiunge Serpelloni-. Non dicono a nessuno che ne fanno uso, diventano bugiardi”. E guai a toccargli la loro pillola o la loro polverina. Si crea infatti una dipendenza che non è solo farmacologica, ma prima di tutto psicologica: la convinzione di non riuscire a farcela, senza “l’aiutino”.
Integratori: trucchi in commercio
Logo accattivante e bicipiti ben scolpiti sull’etichetta. Questa la promessa di un flacone verde mela contenente “proteine del siero del latte” in polvere, al gusto di cacao, vaniglia o fragola. Da bere, sciolte in acqua, per rendere più efficace l’allenamento in palestra e metter su muscoli un po’ più in fretta. È uno dei tanti integratori alimentari che fanno capolino sugli scaffali di un negozio di articoli sportivi nel centro di Milano. Il commesso è prodigo di consigli: “Questa marca costa un po’ di più, ma ha una solubilità migliore, la assorbi più in fretta”.
Si fanno grandi affari oggi con gli integratori alimentari: per il 2009 è previsto un fatturato di 1 miliardo e 351 milioni di euro, tra farmacie e grande distribuzione. La legge non li vieta, ma sono anche loro un “aiutino” per essere più forti nello sport. E il sostituto procuratore della Repubblica di Torino, Raffaele Guariniello, lancia l’allarme: “Sul mercato ci sono integratori alimentari che contengono principi farmacologicamente attivi. In pratica alcuni sono sostanze dopanti”. Detto in parole povere: pensi di gustarti un “beverone” di proteine al gusto di fragola, ma in realtà stai trangugiando ormoni. Vengono fabbricati all’estero (in particolare Stati Uniti, Canada e nell’Europa dell’Est) e commercializzati via web. Un vero e proprio supermercato, sfuggente e senza controlli.
Una situazione pericolosa per gli atleti, che la Commissione per la vigilanza e il controllo sul doping ha già evidenziato nella relazione del 2007 al Parlamento. Sempre nel 2007, i carabinieri del Nas con l’operazione “No sport” hanno sequestrato per la prima volta in Italia “integratori alimentari contenenti principi farmacologicamente attivi”.
Il trucco per mettere in commercio legalmente questi prodotti è semplice: diversamente dai farmaci, infatti, gli integratori alimentari non devono essere sottoposti a una procedura di autorizzazione da parte dell’Agenzia italiana per il farmaco (Aifa). Il produttore deve semplicemente inviare l’etichetta al ministero della Salute. Se la documentazione è in ordine e se non sono indicate sostanze in contrasto con la legge sul doping, il ministero prende atto della notifica e non fa altre verifiche.
“Stiamo parlando di sostanze pericolose -incalza Guariniello- e ci sono persone, in particolare ragazzi, che usano questi prodotti senza nemmeno sapere che cosa c’è dentro”.
Per Roberta Pacifici, ricercatrice dell’Istituto superiore di Sanità e membro della Commissione di vigilanza antidoping, gli integratori alimentari sono l’anticamera del doping, anche quando non contengono sostanze vietate. “Esiste una fascia di giovani e giovanissimi che fanno un uso spasmodico degli integratori: bevono uno, due litri di sali minerali per sopperire a quelle che, nella loro fantasia, sono necessità. Ma abusarne può nuocere alla salute, perché se non ci sono carenze è un carico inutile per l’organismo”.
Le proteine, ad esempio, vengono usate dagli amanti del body building per fare massa, ma “un uomo non dovrebbe assumerne più di 1,5 grammi per chilo corporeo e solo se ce n’è effettivo bisogno -spiega Roberto Eusebio, campione di body fitness e personal trainer- Se si va oltre i 5 grammi per chilo di peso l’integratore diventa sicuramente tossico per il fegato”. Per sopperire al dispendio energetico di un intenso allenamento, conclude Pacifici, “basterebbero due forchettate di pastasciutta in più”.
Testo di Ilaria Sesana











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