Le inchieste
Casa e lavoro per pochi
Nel 2008 l'Italia ha concesso tutela a 10mila persone. Ma lo Stato ne può accogliere solo 3mila. Molti rifugiati vivono in edifici fatiscenti alla periferia delle città.

Akmal credeva di avercela fatta. Estrae dalla tasca il passaporto, il permesso di soggiorno e tutti i documenti che certificano la sua condizione di rifugiato politico. Adesso è al sicuro, lontano dall’Afghanistan e dalla guerra. Ma non ha un lavoro, parla a stento l’italiano e trascorre le notti all’addiaccio nell’ex scalo ferroviario di Porta Romana a Milano, tra edifici abbandonati e cumuli di rifiuti.
Mentre Akmal parla, una ventina di suoi connazionali annuiscono e mostrano tutti lo stesso foglio: “protezione sussidiaria”, dice l’intestazione. Sono solo alcuni degli oltre 10mila stranieri ai quali, nel 2008, l’Italia ha concesso tutela: riconoscendo loro o lo status di rifugiato politico (per motivi di razza, religione e appartenenza politica) o la protezione sussidiaria, offerta solitamente a chi è in fuga da un Paese sconvolto dalla guerra.
Tutte persone che potrebbero, in teoria, usufruire di  un percorso di inserimento sociale e lavorativo, della durata di sei mesi, all’interno del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (lo Sprar, istituito con la legge 189/2002), una rete di enti locali che garantisce interventi di accoglienza per questa particolare categoria di immigrati. Ma il sistema non è sufficiente per far fronte alle esigenze dei richiedenti: nel 2008 lo Sprar ha messo a disposizione appena 2.556 posti e 3mila nel 2009. Pochi se si pensa che, tra il 2007 e il 2008, 18.575 migranti hanno ottenuto dalla Commissione nazionale asilo il riconoscimento dello status di rifugiato o la protezione sussidiaria.
Centinaia di persone, che pure hanno i documenti in regola, sono così imprigionate in un circolo vizioso che li lega alla strada: non parlano italiano e non riescono a trovare un lavoro. E, senza soldi, neppure un posto in cui dormire. “Se avessi saputo che era così non sarei mai partito”, commenta Akmal che ha dovuto vendere la casa per mettere assieme i 12mila dollari necessari per pagar il suo viaggio in Italia.
Il sistema di accoglienza deve anche fare i conti con la crescita esponenziale delle domande di asilo: le 10mila richieste del 2006 si sono moltiplicate per tre, arrivando a quota 31mila nel 2008. Una cifra che ha portato il nostro Paese al quarto posto nella classifica mondiale stilata dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur). Ci precedono solo Stati Uniti, Canada e Francia.
Ma ci sono, per fortuna, anche le storie a lieto fine. Ghulam, 25 anni, oggi ha un lavoro ad Ancona come facchino, parla bene l’italiano e ha molti amici. Il suo viaggio ha avuto inizio sei anni fa, quando ha lasciato l’Iran, dove viveva con gli zii, per raggiungere l’Europa. Prima a piedi, attraverso le montagne che separano l’Iran dalla Turchia, poi a bordo di un furgone per passare il Bosforo e arrivare in Grecia. “Dovevo sempre stare attento alla polizia perché non avevo documenti -ricorda-. Una volta, in Turchia, mi hanno persino picchiato, derubato e rimandato in Iran”. Ultima tappa per lui, la traversata dell’Adriatico, nascosto sotto un tir. “Ero solo, faceva freddo e avevo paura”, dice. Riesce a superare i controlli alla frontiera di Ancona e a presentare domanda d’asilo. Nel tempo libero, gli piace viaggiare. Ha visitato Milano, Roma, Venezia, Civitanova e Macerata. “Ma il mio sogno -conclude Ghulam- sarebbe di tornare in Grecia, in Turchia e in Iran: attraversare quei Paesi con un documento in tasca, senza avere paura”.

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