Irvin mostra con orgoglio le sue nuove scarpe da tennis, bianche e immacolate come i jeans e la camicia che indossa. Le ha pagate 90 euro. Ha 17 anni e tanto gel nei capelli. Visto così, con quel suo sguardo scaltro, potrebbe sembrare un adolescente qualunque. Ma non lo è. Alle spalle ha un lungo viaggio, da un villaggio sui monti del Kosovo fi no a Venezia. Non vuole raccontare come è arrivato, dice solo: “Ho fatto la banana in mezzo alle casse di frutta”.
Irvin è uno dei 40 minori stranieri ospiti del centro di accoglienza di Tesséra, nella laguna di Venezia, gestito dal 2005 dalla cooperativa Coges nell’ex caserma del Forte Rossarol. Provengono da Kosovo, Albania, Kurdistan iracheno o turco e dall’Afghanistan. Con i primi soldi, una paghetta mensile di 150 euro ricevuti al centro di accoglienza, Irvin si è comprato uno spicchio dei suoi sogni: un paio di scarpe fi rmate.
All’educatore che gli dice “Potevi spenderli meglio”, lui risponde con una risata, accompagnata da quella degli altri ragazzi della comunità. Sono scappati da guerre e povertà, hanno sfidato poliziotti di frontiera e rischiato di morire soffocati sotto il carico dei tir. Ma non hanno perso la loro indole, da adolescenti. Nel 2008 sono arrivati a Venezia 400 minori e aumentano di anno in anno: nel 2003 erano appena 79. Il Comune lagunare li sistema nelle comunità per minori. Nel Forte Rossarol, le casupole gialle in cui una volta alloggiavano i soldati sono state divise in stanze di due o tre posti letto con bagno. C’è una grande sala con la tivù satellitare, la mensa e tanto verde intorno. Sembra di stare in una colonia estiva. “In tre anni sono passati di qui circa 250 ragazzi, la maggior parte aveva 16 o 17 anni”, spiega Renato Mingardi, responsabile del centro di accoglienza.
A Venezia ci arrivano in due modi: via mare, nascosti nei tir imbarcati sui traghetti dalla Grecia, o via terra. E il viaggio è tutt’altro che di piacere. Ahmed è partito dall’Afghanistan due anni fa: “Sono stato 10 mesi in Iran, otto in Turchia e sei in Grecia”. È poi riuscito a infilarsi in un traghetto di cui non conosceva la destinazione. Bodan, 16 anni, è partito dal Kosovo e ha attraversato in auto Serbia, Ungheria, Austria. Costo del biglietto, di sola andata: 2mila e 500 euro. Giunto a Venezia si è presentato alla polizia: sapeva che in quanto minorenne sarebbe stato assistito e non espulso. L’Italia ha ratificato la Convenzione Onu per i Diritti dei fanciulli del 1989: questa prevede l’obbligo per gli Stati di garantire a qualsiasi minore il diritto alla salute, all’istruzione e a una vita dignitosa.
“Solo il 20 per cento dei ragazzi rimane nella nostra comunità, gli altri dopo un breve soggiorno ripartono, la loro meta è il Nord Europa: Germania e Svezia in particolare”, racconta Renato. Per quelli che restano, inizia una vera e
propria corsa contro il tempo. Dal giorno stesso in cui compiono 18 anni, infatti, sono considerati dalla legislazione italiana migranti come tutti gli altri, a rischio d’espulsione. “Se ci arriva un ragazzo di 17 anni, in un anno dobbiamo insegnargli l’italiano, fargli fare le 150 ore per la licenza media, magari anche un corso professionale e, infine, trovargli un lavoro”, aggiunge il responsabile del centro. Per ogni ospite, il Coges riceve dal Comune di Venezia 55 euro al giorno. “Qui lavorano 12 persone, ci stiamo dentro a malapena -ammette Renato-. Inoltre, tra i ragazzi c’è chi ha visto morire i genitori, altri hanno subito violenze. Ci vorrebbero psicologici e tempo, un lusso che non possiamo permetterci”.
Fra le casupole del Forte Rossarol si respira un clima sereno. Le porte sono sempre aperte e i ragazzi vanno avanti e indietro da Venezia, dove frequentano i corsi di italiano o la scuola. Alcuni aiutano in cucina, altri si occupano della serra. “Chi lavora lo paghiamo -aggiunge-. Cerchiamo di responsabilizzarli sull’utilizzo del denaro e gli insegniamo a vivere in una società occidentale. Arrivano in Italia con tanti sogni, poi si scontrano con la realtà, capiscono che non sarà facile sistemarsi e aiutare la famiglia rimasta nel Paese d’origine”. Tra qualche mese il Coges aprirà a Mestre un appartamento, che diventerà una tappa intermedia tra la comunità e la vita “libera”: i ragazzi dovranno autogestirsi, seguiti da un educatore.
di Dario Paladini











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