Le inchieste
Welfare militante
Ristoranti bio, case per i senzatetto, ambulatori per clandestini, sport e cultura: i centri sociali sono cambiati, senza perdere la voglia di rivoluzione.

Su una collinetta verdissima, spunta una casa colonica di inizio Novecento. Circondata da cespugli e alberi in fiore, ha un orto ben curato con tanto di stagno, al piano terra c’è un bar biologico, al primo piano la BioOsteria. Non siamo al Mulino bianco, ma nel centro sociale Casale podere rosa, estrema periferia di Roma, a pochi passi dal traffico della Nomentana.

Un’oasi bucolica tra parcheggi e casermoni, uno dei nuovi volti dei centri sociali di sinistra: un tempo sinonimo di occupazioni e manifestazioni violente, stanno diventando sempre di più luoghi in cui si propongono stili di vita alternativi, si fa assistenza sociale a sfrattati, immigrati e disoccupati, si offrono occasioni per praticare sport, partecipare a incontri culturali o occupare il proprio tempo libero. Perché la rivoluzione, oggi, si può fare in tanti modi: anche in cucina, come spiega Francesca Cau, una delle militanti di Casale podere rosa.

“Alla BioOsteria serviamo piatti tradizionali, con ingredienti acquistati, per quanto possibile, direttamente dai contadini - racconta, indicando i cartelli che elencano pietanze, composizione e provenienze-. Solo per quello che qui non si coltiva, come il the o il caffè, ci rivolgiamo a produttori del Sud del mondo con il commercio equo”. Francesca mostra orgogliosa gli scaffali con i prodotti per il gruppo di acquisto solidale e uno spazio proiezioni. “Lavoriamo anche con bambini e persone in difficoltà - aggiunge -. Qualche anno fa, per esempio, abbiamo realizzato un laboratorio per disabili psichici, prendendo come terreno di incontro e lavoro il nostro orto. E il giorno del raccolto, che emozione”.

Viene da chiedersi: dove sono i volantini inneggianti alla rivoluzione proletaria? Che fine ha fatto la vis politica che ha infiammato i cuori e le strade negli anni Settanta?Oggi i centri sociali si sono concentrati sull’offerta di servizi -spiega Andrea Membretti, docente di Sociologia urbana all’università di Pavia- ma attenzione: non lo fanno per spirito caritatevole o per ottenere un corrispettivo economico,
piuttosto per fornire alle persone strumenti di lettura critica della realtà”. Un esempio? Agli immigrati viene prestata assistenza sanitaria o legale, con l’obiettivo di renderli coscienti dei loro diritti e delle ingiustizie di cui spesso sono vittime. La politica quindi non è scomparsa, ma è sempre sullo sfondo di queste azioni di “welfare militante”, che sembrano essere la nuova matrice dei centri sociali italiani.

Dieci anni fa, un censimento “incompleto e non ufficiale” di Ecn/Isole nella rete ne contava 142. Oggi, secondo Marco Philopat scrittore punk milanese, sono almeno 200: “In certe regioni come la Toscana o l’Emilia, se ne può trovare uno anche in paesini di quattro case”. Nati negli anni Settanta, già nel decennio successivo i centri sociali sono andati in crisi, anche perché negli edifici occupati girava troppa eroina e alcuni militanti avevano abbracciato la lotta armata.

La rinascita è arrivata negli anni Novanta con i nuovi movimenti studenteschi della cosiddetta “Pantera” e i fermenti antiglobalizzazione del “popolo di Seattle”, che hanno portato a nuove occupazioni, soprattutto al Sud. Ma la distanza con i predecessori è notevole: “Quel luogo che in tanti ricordiamo non esiste più -spiega Daniele Farina, storico portavoce del Leoncavallo di Milano, il centro sociale più famoso d’Italia, plurisfrattato ma sempre in prima linea-. L’hanno sostituito spazi pubblici, trasversali, integrati nel tessuto urbano, in cui sono in pochi a mantenere una connotazione politica: la maggior parte dei frequentatori sono persone che si potrebbero incontrare in un quartiere di periferia, e non solo”.

Uno dei cavalli di battaglia del “welfare militante” è l’assistenza agli immigrati. A Milano, l’Ambulatorio popolare di via dei Transiti garantisce ormai da 15 anni cure mediche di base gratuite per tutti, anche i clandestini. A perenne rischio sgombero (il prossimo è stato annunciato il 10 giugno, ne daremo conto sul nostro sito terre.it), l’ambulatorio è gestito da volontari sempre alla ricerca di sostegno esterno: “Collaborazioni professionali, ma non solo -scrivono nel loro manifesto pubblicato on line-: cerchiamo il contributo di tutti coloro che vogliono non far restare invisibili le migliaia di donne, uomini, bambini e bambine che hanno diritto alla salute, e se la vedono negata; di coloro che sono disposti a combattere una riforma dell’assistenza sanitaria che sta distruggendo l’attuale organizzazione (...) per sostituirla con un’enorme macchina che macina persone e fabbrica soldi”.

Ma l’attenzione non si limita al diritto alla salute: a Reggio Emilia gli occupanti del Laboratorio Aq 16, oltre allo sportello di consulenza legale per lavoratori stranieri, hanno aperto il Caffè Babele, diventato
il ritrovo domenicale delle badanti della città.
“Da un paio d’anni -spiega Federica Zambelli-, offriamo loro sale e cucina del centro per incontrarsi nel giorno libero. Così non sono costrette a pagare consumazioni nei bar, o a gelare su una panchina al parco”. Un appuntamento che conta ormai una settantina di fedelissime, che “si scambiano lettere e pacchi arrivati dall’Ucraina con i pullman, tornano a parlare la propria lingua e ritrovano odori e sapori familiari”.

Oltre a offrire spazi autogestiti per il tempo libero, i centri sociali non hanno smesso di cercare un tetto per chi non ce l’ha. Il fenomeno degli squat, abitazioni collettive nate dall’occupazione di edifici abbandonati, è ormai da tempo diffuso in vari Paesi. Gli squatter contestano le speculazioni edilizie e propongono uno stile diverso di abitare, un modello attivo anche in Italia da oltre vent’anni: basti citare il Murazzi di Torino, in riva al Po dal 1987, e il Laurentino18, alla periferia Sud-ovest di Roma, occupato dal 1991.

Un esperimento più recente è quello di Casaloca a Milano, nata nel 2003 nel nuovo quartiere universitario Bicocca. “Il palazzo era dell’Isu (Istituto per il diritto allo studio universitario), ma era stato venduto all’immobiliare PirelliRe e lasciato vuoto per pura speculazione -racconta Daniele Di Stefano, salendo le scale di questa insolita casa dello studente-. Noi l’abbiamo pulito e risistemato, ricavandone cinque stanze doppie, una sala studio, la lavanderia e lo spazio cucina. Tutto con mobili recuperati”, aggiunge indicando i pensili un po’ antiquati. Otto gli studenti ospitati ogni anno: al posto dell’affitto, viene richiesta una mano per le attività del centro, “perché possano imparare come funziona la vita in condivisione”.

Un anno e mezzo fa la proprietà ha fatto causa a due militanti, poi assolti, “il che per noi significa che non siamo ufficialmente occupanti”, conclude serafico Di Stefano. Un’altra occupazione “andata a buon fine” è quella dell’ex cinodromo di Roma, legalizzata dalla sanatoria disposta nel 1995 dal sindaco Francesco Rutelli. Dove un tempo c’era la pista per la corsa dei cani oggi c’è un campo sportivo, delimitato da righe bianche. È la sede del Laboratorio Acrobax e la casa dell’All reds rugby, squadra di serie C per cui sport e attivismo vanno a braccetto. “Siamo antifascisti e antimachisti -spiega Tommaso, fumando una sigaretta prima dell’allenamento-, contrari all’idea del rugby come sport violento, per uomini duri e rozzi: per noi è uno sport di valori, che educa al reciproco rispetto tra gli avversari”.

La forza quindi hanno preferito impiegarla per realizzare il campo, dove prima c’erano solo cemento e buche. Certo, non è il classico impianto sportivo: le tribune sono decorate da graffiti e sugli striscioni campeggiano delle stelle rosse, un folklore che non ha impedito di ottenere l’omologazione dell’impianto da parte della Federazione, concessa nel settembre 2008. “Un sogno diventato realtà”, commenta Giordano, allenatore “e a volte giocatore” di questa squadra tanto speciale da meritarsi un documentario, “Uso Improprio” di Luca Gasparini, presentato al Torino film festival. Welfare, ristorazione, alloggi per studenti, sport e cultura: questo il presente e il futuro dei centri sociali. Ma che aria si respirava in questi posti negli anni Settanta?

Chi vuole togliersi questa curiosità può andare al Cox 18 di Milano, che ospita l’archivio Primo Moroni, così chiamato in ricordo del suo creatore, intellettuale anarchico milanese morto nel ’98. L’archivio contiene un piccolo tesoro con migliaia di libri e 750 tra riviste, fogli autoprodotti e fanzine, oltre a centinaia di volantini e resoconti di convegni che ne fanno il più fornito centro di documentazione italiano sui movimenti politici e sulle culture underground.

TESTO: Chiara Rancati

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