Le inchieste
Beni di casa nostra
In 25 anni lo Stato ha confiscato alla mafia quasi 9 mila tra immobili e aziende. Più della metà sono ancora inutilizzati. Viaggio tra i beni che appartenevano alle cosche.

Sul bancone del bar Trevi sono rimasti bicchieri sporchi e bottiglie aperte: tra i tavoli coperti di polvere niente si è mosso da 15 anni a questa parte. Sequestrato nel 1993 alla famiglia Sergi, che negli anni ’90 capeggiava la ’ndrangheta a Buccinasco (hinterland milanese), solo nel 2006 è stato assegnato dal Comune alla cooperativa Spazio aperto. Avrebbe dovuto farne un ristorante sociale, il Triboca, con ortaggi coltivati su terreni sottratti alle mafie. Ma poi il progetto non è andato in porto, perché il nuovo sindaco, eletto nel 2007, ha bloccato tutto: vuole destinare il locale ad altre associazioni.

Risultato: lo strato di polvere sui tavoli continua a crescere. Il bar Trevi è uno degli oltre 4mila immobili confiscati alla mafia e rimasti finora inutilizzati. L’Italia ha una legge (la 109 del 1996) che prevede che ciò che è appartenuto alla criminalità organizzata venga convertito a usi sociali. Quando un boss finisce sotto processo, la magistratura ne può sequestrare i beni. La confisca, che ne toglie la proprietà al mafioso, avviene però solo quando l’imputato ha ricevuto la condanna definitiva. A quel punto è l’Agenzia del demanio a gestirlo e lo assegna al Comune in cui si trova il bene oppure allo Stato. Il Comune, infine, può concederne l’uso a un’associazione o a una cooperativa sociale.

La villa del boss può così diventare una casa di riposo, una scuola o la sede di ente di volontariato. O magari, massimo dell’affronto per un padrino, una caserma dei carabinieri.
Il messaggio è chiaro: le cosche derubano il territorio, lo Stato restituisce il mal tolto e dove prima c’erano camorra o ’ndrangheta, ora ci sono attività oneste. Ogni terreno o edificio “restituito” alla società civile è, però, il frutto di una lotta titanica contro la burocrazia, le minacce e la diffidenza della gente. Su 8.129 immobili confiscati dal 1983 al 2008, infatti, meno della metà è stato “riciclato” a fin di bene. Sugli altri crescono le ortiche, una mezza vittoria dei clan.

Oltre a terreni, ville e palazzi, ai mafiosi vengono sottratte anche attività economiche. E qui i dati sono ancora più sconfortanti: al 31 dicembre 2006 (ultimo dato disponibile, della Commissione parlamentare antimafia), su 801 aziende confiscate solo 110 erano ancora attive. Le altre 691 sono fallite per i boicottaggi della malavita e per le lungaggini della giustizia italiana. E con le imprese sono scomparsi anche posti di lavoro. Come è accaduto all’allevamento di bufale Selvalunga, a Grazzanise (Ce), che forniva latte ai caseifici dell’agro aversano e dei comugiovannini del napoletano. Proprietaria, la famiglia di Francesco Schiavone, boss del clan dei Casalesi. Nel 2002 l’azienda viene sequestrata: “Allora valeva circa 10 miliardi di lire” racconta Rosaria Capacchione, giornalista de Il Mattino.

Mentre la Corte d’Assise prepara gli atti per la confisca, l’azienda è abbandonata a se stessa. “Nonostante i depositi pieni di mangimi, le bufale non venivano nutrite e sono morte di fame - aggiunge Capacchione -. Ma non è da escludere che gli animali siano stati sostituiti con capi affetti da brucellosi, una grave malattia dei bovini”. Quando l’azienda, ridotta al solo terreno, è stata consegnata allo Stato valeva appena 200mila euro, il 4 per cento del suo valore iniziale.
Fino a 10 anni per tornare a vivere “Fra il primo sequestro e l’assegnazione finale può passare
anche più di un decennio; e se il bene non è utilizzato, degrada
, conferma Francesco Forgione, ex presidente della Commissione parlamentare antimafia. Al Sud un bene su due impiega fino a 5 anni per ritornare a “vivere”: in Sicilia se ne devono attendere più di 10, almeno nel 71,9 per cento dei casi. “È un problema di organizzazione della macchina della giustizia”, ammette Forgione.

Per cercare di velocizzare la trafila burocratica, nel 2007 il Governo ha nominato un Commissario straordinario, che ha il compito di lavorare con tutte le istituzioni coinvolte (Magistratura, Agenzia del demanio, Comuni) per trovare una via d’uscita a questa impasse. Impresa non facile, come dimostrano i dati del suo primo rapporto, pubblicato nel novembre dello scorso anno. Dei 2.225 beni assegnati ai Comuni di Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, il 51 per cento è rimasto finora inutilizzato, ovvero non è stato concesso a nessuna organizzazione. Perché? Un immobile su quattro era così deteriorato da richiedere ristrutturazioni troppo costose sia per le casse comunali che per gli eventuali nuovi proprietari.

Esiste poi un gruppo di beni che l’Agenzia del demanio non ha mai assegnato. Né ai comuni né allo Stato perché sono ancora occupati dalle famiglie dei boss (1.203) oppure gravati da ipoteche (1.742). “Le banche potrebbero fare un gesto di responsabilità rinunciando alle prerogative su queste proprietà”, dice don Luigi Ciotti, fondatore e presidente di Libera, associazione nata nel 1995 e che dell’uso sociale delle confische ai mafiosi ha fatto il suo principale cavallo di battaglia. “Serve un’unica agenzia nazionale per la gestione e la destinazione di questo patrimonio - propone il sacerdote -. E bisognerebbe attuare pienamente la legge Mancino del 1993, in modo da risalire ai reali possessori di attività commerciali e conti correnti”.

Un ulteriore strumento per rendere più efficace la lotta alla mafia è contenuto nel disegno di legge sulla sicurezza, approvato dal Senato il 5 febbraio scorso, che amplia la possibilità di confisca dei beni anche quando non se ne può giustificare “la legittima provenienza” o se hanno un valore sproporzionato rispetto al reddito dell’indagato. Le storie di successo (e di resistenza) comunque non mancano, nonostante le vendette delle cosche e la diffidenza della gente. Da Nord a Sud, l’Italia che resiste A Gioia Tauro, in Calabria, a inizio febbraio i giovani della cooperativa Valle del Marro, che coltivano 80 ettari di terreno appartenuti a ’ndranghetisti, hanno scoperto un buco in una recinzione che delimitava i loro campi: una trentina di piante di ulivo rubate, altre estirpate.

La terza intimidazione in tre anni: “Nel 2006 alcuni mezzi agricoli sono stati sabotati e un anno dopo un terreno è stato devastato -racconta Antonio Napoli, socio della cooperativa-: abbiamo calcolato danni per 50mila euro”. Ma a distruggere il loro lavoro è anche la paura. “Trovare manodopera, soprattutto i primi tempi, era difficile -prosegue-. La Calabria è una delle Regioni a più alta disoccupazione giovanile, ma molti temevano di lavorare per noi”. “Restare per cambiare, cambiare per restare” è però il motto di Valle del Marro, che nel 2007 ha prodotto con tenacia 25mila vasetti di pesto di peperoncino e 35mila di melanzane, oltre a 9mila bottiglie d’olio. Qui d’estate arrivano ragazzi da tutta Italia: imparano il valore della legalità nei campi di lavoro antimafia promossi da Libera.

In quest’opera di riqualificazione il Sud non è solo: due mesi fa è stato inaugurato il primo bene confiscato in provincia di Lodi. Un bilocale usato come punto d’appoggio dei clan e ora affidato alla Pro loco di Casalmaiocco, 2.400 abitanti nel bel mezzo della Padania. Campi e villette avvolte dalla nebbia, strade in cui alle sei di sera passa solo qualche bicicletta, e uomini al bar che alzano la testa dalle carte per osservare i “forestieri”. In un complesso residenziale a mattoni rossi, l’appartamento: salotto e un bagnetto. “Quando abbiamo saputo del sequestro, siamo caduti dalle nuvole -ammette il sindaco Pietro Segalini-. Questo è un paese tranquillo”.

Corleone, Palermo, 1.500 km più a Sud. In questa terra di mafia e silenzi, dove persino coltivare grano è proibito se i boss non sono d’accordo, da sette anni i giovani della cooperativa Placido Rizzotto curano 230 ettari di terreni confiscati: i clan li avevano acquistati e condannati al degrado. “Ora produciamo olio, pasta e vino: nel 2007 abbiamo fatturato 1 milione e 300mila euro -spiega Francesco Galante, uno dei soci-. Col tempo la gente ha anche capito che lavorando con noi guadagna di più: 57 euro netti al giorno, con contributi, assicurazione e ferie, contro i 40 dei boss”. Ora nei poderi della Cooperativa, solo un casolare tra le vigne ricorda che questa è stata terra di mafia: qui 13 anni fa, su ordine di Giovanni Brusca, fu ucciso e sciolto nell’acido Giuseppe di Matteo, quindicenne, figlio di un pentito. Nel novembre dell’anno scorso, vicino al casolare, l’associazione Libera ha inaugurato un Giardino della Memoria.

TESTO: Michela Gelati, Laura Bellomi

Nella foto di Patrizia Ferreri: "Alla cooperativa Valle del Marro,  oltre alle melanzane sott’olio, si producono miele e pesto di peperoncino"

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