Le storie
Yattaaa Milano!
TdM n° 042, febbraio 2013 / È “l’evviva” della comunità giapponese più numerosa d’italia: 3mila persone arrivate per lavoro o per passione. E rimaste a vivere qui.

Arrivare in ufficio in mezz'ora, lavorare "solo" otto ore per cinque giorni alla settimana e nel week-end godersi un pranzo in un ristorante in riva al lago, oppure bearsi della vista di un capolavoro rinascimentale in un museo. La frenetica Milano è una sorta di paradiso per i giapponesi che ci vengono a vivere, abituati come sono a ritmi molto più stressanti. Tra città e provincia abitano 3.161 cittadini del Paese del Sol levante, una piccola comunità poco visibile e molto discreta, che si concentra soprattutto nel quartiere intorno a piazza delle Bande Nere, zona sud ovest di Milano. Quella milanese è anche la più numerosa tra le comunità nipponiche in Italia (in tutto 8.364 persone). "Ci sono due tipi di migranti -dice Hiroshi Watanabe, Console generale aggiunto del Giappone-: quelli mandati dalle aziende nelle sedi italiane per tre anni e quelli che arrivano qui per propria scelta, attratti soprattutto dalla moda, dal design e dalla musica classica". Stando a Milano possono godere del "made in Italy", a un passo dal resto d'Europa. E la loro presenza nella "capitale del nord" è il metro con cui misurare la salute dell'economia: negli ultimi tre anni, infatti, la comunità si è "ristretta" di 646 unità. Non a caso la sede della Camera del commercio e dell'industria giapponese in Italia (a cui sono associate 191 aziende) è a pochi metri da Piazza Affari.

E la crisi la si vede subito andando al numero 10 di via Arzaga, dove, proprio di fronte a quella ebraica, si trova la scuola giapponese in cui studiano i figli dei manager in trasferta. "Nel 1976 c'erano 94 studenti, il numero massimo lo si è raggiunto nel 1993 quando gli iscritti erano 204. Oggi sono 64", spiega la professoressa di inglese Chiaki Nagano. Anche lei come i suoi colleghi era stata mandata senza possibilità di scelta dal ministero dell'Istruzione del Giappone per un tempo limitato ma poi complici il cuore e un uomo italiano si è fermata a vivere qui. Il calo degli iscritti è dovuto alla crisi globale che non risparmia nessuno: anche per le imprese giapponesi è un periodo di vacche magre e inviano meno dirigenti nel mondo. Da noi poi c'è il problema della forte pressione fiscale, che induce le aziende a dirottare i dipendenti verso città come Parigi e Düsseldorf, dove vi sono già comunità molto ampie.

Calano i manager, ma cresce la presenza delle seconde generazioni. Sono ragazzi che fino a 20 anni possono tenere la doppia nazionalità, ma poi per la legislatura giapponese devono scegliere e molti preferiscono quella italiana per poter lavorare qui. Sono inoltre 200 i figli di coppie italo-giapponesi che frequentano la scuola solo al sabato, per mantenere un legame linguistico-culturale col paese di origine di uno dei genitori, solitamente la madre.

Nelle aule il dettaglio che più colpisce, oltre alle scritte in ideogrammi, sono i fagottini appoggiati sui banchi, accanto agli immancabili astucci di Hello Kitty. Si tratta dei bento-, i portavivande, avvolti nei furoshiki, i fazzolettini annodati con cui i ragazzi portano in classe il loro pranzo. In nove anni di scuola primaria devono imparare 2mila ideogrammi: se non seguissero le lezioni tornerebbero indietro "analfabeti", dopo la trasferta della famiglia. "Gli studenti rimangono al passo con i programmi scolastici commenta il direttore Osamu Oda-, mantengono i contatti con i loro connazionali e incontrano i coetanei milanesi durante le attività di scambio".


Gregarie in patria, imprenditrici in Italia
Due volte alla settimana il pranzo nella scuola di via Arzaga viene fornito dal vicino ristorante Oasi di via Montecuccoli. La titolare  la signora Chie Oshima: la cucina non è però il suo primo amore, in precedenza sono venuti la passione per i vestiti e un marito (ora ex) danese. La signora Oshima, infatti, è stata una commerciante di abiti nell'impresa di famiglia fino al 17 gennaio del '95, data del disastroso terremoto che colpì la sua città causando 6.500 morti e la chiusura di numerose attività commerciali, compresa quella di suo padre. Quel giorno lei si trovava a Milano per affari e, rimasta senza lavoro, decise di aprire qui un take away di cucina giapponese per giapponesi: oggi l'Oasi è frequentato anche da molti italiani. Non teme la concorrenza dei cinesi che hanno riconvertito al sushi molti dei loro locali, "poiché -dice- nessuno di loro, visto i prezzi bassissimi che propongono ai clienti, può garantire la qualità che io pretendo dai miei fornitori". E il pesce fresco o certi alimenti importati realmente dalla madre patria hanno un costo.

Quello della signora Oshima non è l'unico esempio di imprenditoria femminile in arrivo dall'Estremo Oriente. Per la difficoltà di imporsi nella società giapponese (ancora molto maschilista) sono diverse le donne che scelgono di emigrare per affermarsi nel lavoro.

"I primi tempi andavo a fare la spesa da Peck", racconta Ami Yamashita, originaria di Hokkaido, a Milano da nove anni. Ma poi, visto che in Italia il suo reddito è minore di quel che aveva in Giappone, ha abbandonato il bancone della rinomata gastronomia meneghina per un più economico supermercato. "Ora preferisco cucinare io per gli amici, anche quelli italiani, senza ricorrere a piatti già pronti e mi piace scegliere i vini". Ami fa da intermediaria tra i negozi che in patria noleggiano gli abiti da sposa e le sartorie italiane che li producono. Molte sposine giapponesi sono disposte a spendere fino mille euro per indossare per poche ore l'abito bianco all'occidentale, magari dopo la cerimonia ufficiale in kimono. Per Ami la cultura italiana e quella nipponica sono complementari: "È questione di Giri e Ninjo. Noi giapponesi abbiamo il primo, che è il senso del dovere, voi italiani avete il secondo, che è la capacità di provare sentimenti ed essere leali". Si raggiunge la perfezione quando Giri e Ninjo si incontrano: con questo dualismo si fanno buoni affari o si costruiscono grandi amori.

"Alla salsa di soia preferisco l'olio di oliva", sentenzia Kumiko Kishigami, partita da Osaka 27 anni fa con in tasca una laurea in storia dell'arte e approdata prima a Firenze, per amore del Rinascimento, e poi a Milano, spinta dalla passione per la moda. Oggi è titolare di un negozio, in via Santa Maria alla Porta (dalle parti di corso Magenta) e vende gli abiti del marchio Noriem, molto diffuso in Giappone ma che in Europa conta, oltre a quello a Milano, solo altri tre punti vendita a Parigi. Noriem è una linea prodotta dalla Matsuo International, che confeziona vestiti partendo direttamente dai filati. "Gli italiani hanno una sorta di istinto per la qualità dei tessuti -rivela Kumiko Kishigami-. Sin da quando vestono un neonato hanno cura di sapere di quali materiali sono fatti".

 

I Pavarotti del Sol levante
"I giovani vengono in Italia per studiare moda, design, cucina, musica classica -spiega Susanna Marino, docente a contratto di lingua giapponese all'Università Bicocca- e spesso hanno una conoscenza della nostra cultura superiore a quella che abbiamo noi della loro". Non sono qui per copiare, ma "osservano attentamente e poi rielaborano a loro modo" aggiunge. Rientra perfettamente in questo identikit Yasuo Asaki, 26 anni di Kyushu, isola meridionale dell'arcipelago giapponese. Appassionato di Pavarotti, studia canto lirico all'antica Scuola musicale di Milano di Foro Buonaparte insieme ad altri connazionali, mentre la sua fidanzata Akiko si impegna a diventare la futura Tebaldi frequentando il Conservatorio di Parma. Yasuo rappresenta una minoranza, poiché è un giapponese di  fede cristiana. Vive a Desio nella comunità Vangelo e Zen del missionario saveriano Luciano Mazzocchi, dove approfondisce lo studio della Bibbia e ogni domenica anima la Messa nella Cappellania giapponese di piazza Duomo 18 a Milano (celebrata in lingua da padre Luciano), cantando insieme al coro di cantanti lirici giapponesi di ogni fede.

 

Una festa per celebrare l'amicizia
Avventarsi con la rapidità di un ninja sugli sfregolanti spiedini di pollo alla griglia o prima fare incetta di fumetti originali? È la domanda che si pone l'appassionato di cultura nipponica quando mette piede nella scuola di via Arzaga per partecipare alla festa organizzata, ogni novembre, dall'Associazione giapponese del nord Italia. Nata per tenere unite le anime molto diverse di un'immigrazione fuori dai soliti schemi e per fare entrare in contatto la comunità con i cittadini del quartiere, l'evento è cresciuto nel tempo con la sola forza del passaparola e i partecipanti delle ultime edizioni sono stati circa 2mila. Ed è aumentato anche il numero di italiani che si aggirano tra gli stand gastronomici che propongono specialità crude, cotte e dolci. I corridoi si trasformano in un bazar dove si possono acquistare libri, manga, bijoux, vestiti e le aule vengono utilizzate per workshop di calligrafia, origami o per assistere alla tradizionale "cerimonia del tè". Nella palestra vengono allestite tavolate da sagra paesana: l'atmosfera è quella di una Festa dell'Unità dei "bei tempi", ma con l'ordine e la precisione dei trasporti giapponesi.

Ed è proprio nella palestra che ogni due settimane gli allievi si ritrovano tutti insieme per cantare in coro l'inno dell'istituto che in una strofa recita: "Come è bello crescere a Milano e andare in giro per il mondo".

 

Testo: Marco Casa
Foto: Alessia Gatta

Su Terre di mezzo n° 042, febbraio 2013 (leggi il sommario del numero). 

 

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L'origine della distanza
sabato 16 marzo, dalle 16.00 alle 18.30, Spazio Terre di mezzo
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A cura di Terre di Mezzo

Tutti gli appuntamenti del programma culturale della fiera, qui.

 

 

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