La rivoluzione sta in un dialogo. "A dieci anni, Marco ha avuto un tumore al polmone. Abita ai Tamburi, il quartiere più vicino all'Ilva di Taranto".
"E ci'ha putim' fa'?".
"Cosa possiamo fare? Far chiudere la fabbrica della morte".
"Se n'ha putim fa', faciml".
N'ha putim fa', versione gutturale dell'obamiano "Yes, we can" è stato il motto della svolta: l'assuefazione ai fumi velenosi, vomitati per più di cinquant'anni da una delle più grandi acciaierie d'Europa, si è trasformata in riscatto. "Faciml, facciamolo", è stato il passo successivo: dopo 15 anni di proteste, l'Asl ha avviato l'indagine epidemiologica
in grado di stabilire quanti decessi in città dipendono dall'inquinamento dell'Ilva.
Merito del comitato Donne per Taranto, composto da una ventina tra assistenti sociali, medici, ambientaliste, casalinghe, mamme e single, tra i 40 e 50 anni. In comune hanno la stanchezza e l'indignazione per veder morire conoscenti e amici di "inquinamento", ma soprattutto una grande passione civile.
"Il comitato si è costituito a fine 2010 -spiega Rosella Balestra, una delle fondatrici-, ma in realtà è nato sei mesi prima. All'inizio eravamo tre o quattro: abbiamo organizzato banchetti ai Tamburi e, a forza di parlare con la gente, altre donne si sono unite a noi".
Nel giro di un mese il comitato ha raccolto 7.343 firme, il 40 per cento dei 17mila abitanti del quartiere. Una novità assoluta: l'anno scorso, alcune delle associazioni che chiedevano la chiusura dell'acciaieria raccolsero appena 3mila firme in tre mesi. "La percezione del problema si è evoluta -continua Balestra-: all'inizio c'era indifferenza anche nei nostri confronti e così, anziché ricordare per l'ennesima volta che qui si produce il 92 per cento della diossina nazionale, abbiamo spiegato ai padri che anche i loro figli possono ammalarsi di tumore al polmone. La città ha bisogno non solo di cervello, ma di cuore: e le donne sanno usarlo meglio". La sensibilità è cambiata a tal punto che persino la Marina Militare, da sempre di stanza a Taranto, ha chiesto di effettuare controlli sanitari perché i suoi uomini accusano spesso dei malori.
Le firme raccolte sono poi state consegnate all'azienda sanitaria, ottenendo ciò che il sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno, e il presidente della Regione, Nichi Vendola, in quanto tutori della salute pubblica, potevano pretendere ma non hanno mai chiesto: il via libera all'indagine epidemiologica, l'unico strumento in grado di collegare l'inquinamento alle morti per tumore, che si registrano in città con un'incidenza da brividi. L'ultimo bollettino dell'Asl, che risale al 2002, si limitava a dire che a Taranto la mortalità per neoplasie polmonari aumenta avvicinandosi all'Ilva: ai Tamburi si registra addirittura il 92,3 per cento di decessi in più rispetto alla media regionale; a Porta Napoli, quartiere poco più distante, l'80 per cento. Non solo: il neonato Registro dei tumori di Taranto ha reso noto che nel 2006 gli uomini malati di cancro erano il 433 per cento in più rispetto alla media nazionale, le donne il 318.
"Bisogna fare presto, soprattutto per salvare i bambini, le vittime principali di questa situazione" dice Annamaria Moschetti, pediatra e membro del comitato: il prossimo obiettivo è un presidio permanente per la chiusura immediata dell'acciaieria, la bonifica dei Tamburi e presidi fissi dei vigili in strada per far rispettare l'ordinanza comunale del giugno 2010, finora disapplicata, con cui il sindaco aveva vietato ai piccoli di giocare nelle aree verdi del quartiere. Donne per Taranto è nato proprio in quell'occasione. "Perché li piccin' nu pozzono giocà?", si chiesero i genitori. "I bambini non possono giocare perché il Comune ha scoperto nel terreno berillio, piombo e altre sostanze cancerogene. Chi lo tocca si ammala: patologie polmonari, cerebrali, autismo, sclerosi multipla, leucemia, tumori. "Una 40enne del quartiere ha il sangue pieno di metalli
pesanti, che le ostruiscono i collegamenti tra il cervello e le gambe -racconta Balestra-: da tre anni è sulla sedia a rotelle". La causa è tutta in quella nube rossastra che incombe perenne sui Tamburi, sporca il bucato steso e ricopre foglie, auto, asfalto, terra. Nel 2010 le centraline dell'Arpa poste in tre zone della città hanno rilevato ovunque livelli sopra la media di benzo(a)pirene, una delle sostanze più dannose: ai Tamburi la concentrazione è di 2 nanogrammi per metro cubo con punte di 4, mentre il livello sopportabile stabilito per legge è 1. Eppure qualche decina di chilometri più in là c'è un cielo che più blu non si può, che si staglia proprio sopra i 15mila metri quadrati di stabilimento dell'Ilva, in cui si trasforma a caldo il carbon coke, materiale nocivo, con una lavorazione antiquata e inquinante. "Da sempre i veleni escono da lì", incalza Virginia Airò. Cioè dal 1961 quando lo stabilimento è piombato a Taranto, era pubblico e si chiamava Italsider. Dopo il '95, con la privatizzazione, il nuovo proprietario Emilio Riva non ha sostituito le vecchie strutture. "Ci'ha putim' fa'?", hanno domandato ai Tamburi. "Chiudere lo stabilimento", hanno risposto le Donne di Taranto. E che fine faranno i 13mila dipendenti, che con l'indotto arrivano a oltre 20mila? "Il ricatto occupazionale non regge più -sbotta Balestra-. Smantellata la cokeria, inizierà la bonifica, ma solo se l'Ilva verrà chiusa d'accordo con le istituzioni; altrimenti i dipendenti non possono contrattare il reimpiego, come a Cornigliano".
In questo paese della Liguria, un'altra sede dell'Ilva è stata chiusa da un comitato analogo, le Donne per Cornigliano, che dopo anni di lotte ha smosso le coscienze fino a ottenere nel 2002 lo stop. Anche qui, un'indagine epidemiologica ha svelato che si moriva di più che nella vicina Genova: gli uomini del 23 per cento, le donne del 55. Colpa delle tre coppie di forni dove si fondeva il carbon coke. A Taranto di batterie ne restano dieci (quattro sono state sequestrate nel 2001) ma l'obiettivo chiusura sembra più vicino: a giugno anche la magistratura ha avviato un'indagine epidemiologica in base a un rapporto dei Carabinieri del Noe sulla tossicità dell'aria, i cui risultati sono attesi a febbraio 2012. Adesso la sensazione è chiara: n'ha putim fa'.
Testo: Gisella Desiderato
Foto: Matt Corner

































